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Saluto dell’editore

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L’avvio di una nuova iniziativa editoriale ha sempre il fascino dell’avventura

ma reca al contempo la preoccupazione di creare un prodotto all’altezza delle aspettative. Prima di tutto le nostre. Lo ha in particolare per me che inizio una nuova esperienza,  essendo altro il mio mestiere, ma ritornando un po’ al passato.

Per Santa Lucia non possono mancare le panelle dolci: l’altra faccia delle “piastrelle” dorate e salate

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Se pensate di avere già scoperto tutto sulle panelle e non avete mai assaggiato la loro versione dolce, ripiena e non, allora, in realtà, non siete del tutto preparati su un argomento che riguarda uno dei capisaldi della “tavola calda” panormita: le panelle dolci. A voi la semplice e gustosa ricetta.

Poiché per i siciliani, si sa, ogni occasione è buona per fare festa e, per fare festa, il modo migliore è mangiare, nonostante tanto sia già stato detto su Santa Lucia e sulle tradizioni, gastronomiche e non, legate a questa festività, noi di Scelte di Gusto non potevamo di certo trascurare una golosa e insolita variante delle classiche panelle: le panelle dolci.

Se, infatti, ne ha quasi del “miracoloso” che un impasto creato dalla farina di ceci dal sapore non particolarmente gustoso, si trasformi, una volta fritto nell’olio bollente, in un prezioso “fazzoletto” dorato i cui ricami sono rappresentati da minuscole foglioline di prezzemolo che si vedono in trasparenza attraverso la sottile crosta dorata, ancora più sorpendente è il sapore che la farina di ceci, impastata con latte, burro, uova e zucchero acquisisce una volta perfetta miscellanea di tutti gli ingredienti, al punto da divenire una delle squisitezze a cui non è possibile resistere in un giorno “goloso” come questo. Poiché, a differenza delle panelle classiche, la versione dolce non si trova durante tutto l’anno nelle friggitorie palermitane in quanto si tratta di un dolce esclusivo del giorno di Santa Lucia, per i lettori di Scelte di Gusto più golosi, che vogliano provarla onorando il famoso “carpe diem” oraziano  riportiamo, di seguito la ricetta.

PANELLE DOLCI

Ingredienti

 300 gr. di farina di ceci, 1 uovo;50 gr. di burro, 1/4 di l. di acqua, sale;1/2 bicchiere di latte, 1 cucchiaino di zucchero, zucchero vanigliato; olio.

Preparazione

In una casseruola capiente fate bollire l’acqua con il burro, il latte, lo zucchero e un po’ di sale. Togliete la pentola dal fuoco, unite la farina e l’uovo e assicuratevi che non si formino grumi. Versate tutto sopra una superficie liscia e unta (o in una teglia), livellate e lasciate raffreddare completamente. Tagliate dei rettangoli e friggeteli in olio abbondante. Servite le panelle calde spolverate di zucchero a velo. Le panelle dolci si possono preparare anche in forma rotonda sovrapponendole una su l’altra, riempiendole di crema gialla e spolverate di zucchero a velo.

 

Manuela Zanni

Quando la memoria è cultura. E business

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La rete nazionale dei musei del gusto e il Molino Excelsior di Valderice sposano il progetto della collaborazione e dell’interscambio culturale. La cittadina trapanese militerà nel network nel segno della conservatoria della cucina della tradizione (U.Gi.)
 

L’acqua calda? Una grande scoperta, non una banalità

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Volevano elevare il cavolo dalla sua umile condizione di cibo povero. E non solo, ma sdoganarlo anche lessicalmente. Chissà se gli animatori di quel sito ci siano riusciti.Hanno persino  coinvolto una trentina di ristoratori sparsi per tutt’Italia. Sarebbe stata una bella conquista.

In effetti farla finita di far combaciare una  “cavolata” alla sciocchezza, alla stupidità o anche alla corbelleria, equiparerebbe  anche a un recupero di dignità per questo incolpevole ortaggio. Che di onorabilità ne avrebbe tanta. Senza che nessuno mai se ne sia accorto. Almeno sta qui la missione di cui si è fatto carico questo manipolo di chef. E che poi, di tutti questi discrediti, il cavolo   se n’è  sarà fatto un baffo. Insomma, diciamocelo, che cavolo gliene importa al cavolo di questa “sdoganata”! Però se colui che già ha le mani in pasta per svincolare il cavolo dalle sue impasse lessicali riuscisse a sdoganare anche  l’altro luogo comune, quello de “la scoperta dell’acqua calda” allora  sì che la conquista assumerebbe un ragguardevole valore culturale. E farebbe contenti i veri gourmet a cui noi ci sentiamo di appartenere.

Vabbè, si dice: “ha scoperto l’acqua calda”,   è solo una figura grammaticale. E funziona bene quando vuol circoscrivere una cosa ovvia, scontata. Ed è ancor più efficace  come forma riduttiva, se non dispregiativa, per definire in negativo affermazioni e sortite di ogni genere.  Era usatissima nel politichese, oggi molto praticata, se non fastidiosamente inflazionata, non solo nel gergo del quotidiano parlar, quanto nei modelli giornalistici e in articoli di genere  diverso come ad esempio sport, giustizia sportiva, agroalimentare. Urticante però se scappa dai polpastrelli di qualche collega del segmento enogastronomico. Letto pochi giorni fa: cronaca di un convegno sull’agricoltura: “…disponiamo di 6.500 imprese  ma solo il 10% supera i nove dipendenti. A dire il vero è la “scoperta dell’acqua calda”. Articolo firmato. Stessa firma di una rubrica domenicale di un inserto culturale. Dal titolo che “piace molto a lui” e anche a noi per la verità. La stessa di un curatore di una guida enogastronomica. Una firma di prestigio internazionale. Che tale figura professionale usi la metafora della “scoperta dell’acqua calda” ci spiazza e disorienta. Ci spiazza perché arriva da un vero  gastronauta di razza il cui suo nutrirsi di buon cibo non è un esercizio di professione  ma un ricorrente alimentarsi   di buona cultura. E il patrimonio di conoscenze  di cui si è dotato il suo sapere ha reso traboccanti di aneddoti e citazioni storico–letterarie tutti i suoi articoli gastronomici passati che ancor oggi ricordiamo.

Quali ad esempio, il “Brodetto all’anconetana” di  Moreno Cedroni del ristorante La Madonnina del Pescatore di Senigallia o il “Cacciucco alla livornese” di Fulvio Pierangelini ai tempi del suo “Gambero Rosso” di San Vincenzo. Possibile che al buon giornalista sia sfuggito l’ingrediente principe di queste due ricette? Che non è il pescato fresco dell’Adriatico o del Tirreno, ma l’acqua calda a cui pesce e frutti di mare vengono sottomessi  per la loro sublime elaborazione. Detta così sembra proprio che la scoperta dell’acqua calda sia una cosa riduttiva, “da brodetti”. Invece questa scoperta ha cambiato la storia dell’uomo. Uno degli stadi più importanti dell’evoluzione antropologica coincide infatti con la nascita della gastronomia. E la gastronomia è la scienza che trasforma gli alimenti per mezzo del fuoco e quindi dell’acqua calda. La si fa risalire al Paleolitico inferiore e tracce di supporti di cotture come spiedi ed altro trovano conferma nelle pitture rupestri e delle caverne abitate dall’uomo tremila anni fa. Per le cotture in umido, ovvero con l’acqua calda, solo indizi ma un’ipotesi accattivante rimane quella che la cottura in umido si sia evoluta per estrarre dagli alimenti particolari virtù. E grazie all’acqua calda sono nati i brodi e i loro effetti magici, ma anche farmacologici e, ovviamente,  alimentari. Pratica importante, quelle della  cottura, scaturita dall’acqua calda. Che ha poi spinto all’invenzione delle pentole. E poi son  nati i coperchi. Uno dei quali una volta si sollevò autonomamente dinnanzi agli occhi di un giovane sbarbatello. Si chiamava Gorge Stephenson: una folgorazione la scoperta di quel movimento “effetto del vapore”  anzi del “l’acqua calda”. Sfruttare quell’energia? si chiese. Ci  studiò molto e poi molto ancora. Scoprendo che già nel I sec. a.C. anche il greco  Erone aveva utilizzato la forza del  vapore per aprire le porte di un  grande tempio ad Alessandria.  E secoli dopo  che anche Galileo Galilei e Torricelli stabilirono i primi principi alla base del fenomeno “vapore”. Insomma sappiamo come finì. Con la sua invenzione della locomotiva “a vapore”. Una rivoluzione dietro l’altra. Da quella industriale del ‘700 sino a quella dei trasporti. Potenza dell’acqua calda. Che c’azzecca, allora, accostarla alla crisi del fagiolino? Ci consenta, caro gastronauta, ribadirlo ancora una volta. La scoperta dell’acqua calda è una grande scoperta, non una banalità!  Ovvio, no? O anche noi, veri gourmet, così affermando, abbiamo “scoperto… l’acqua calda!?”.

Stefano Gurrera

Rosè & Trend, emozioni e seduzioni in rosa

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Prima edizione siciliana della kermesse per i vini rosé siciliani. Qualità ed eccellenze, spesso a torto sconosciute o bistrattate, vivono il loro riscatto in una cornice da favola della città di Palermo. Sei madrine d’eccezione, ventisette etichette in gara, due i vincitori in ex aequo. L’organizzatore Buzzotta: “Location e vini di qualità il segreto del successo”

Sono “D. zero” e “Osa” i due vini vincitori della I edizione di “Rosé & Trend” del 9 giugno, premiati dalle sei madrine d’eccezione alla serata che hanno dovuto eleggere il numero “uno” dei ventisette rosé presenti alla kermesse delle “Officine Baronali” di via Villa Rosato. Le giornaliste enoappassionate Cinzia Gizzi (Trm), Maria Lina Bommarito (Sicily Guide), Donatella Spadaro (Radio Action, Cult), Maria Antonietta Pioppo (Cronache di Gusto), Giorgia Montalto (Motordrive) e Laura Compagnino (free lance) avrebbero dovuto eleggere “il” vino di punta della serata, ma con un salomonico ex aequo ne hanno premiati ben due:


D. zero”, neonata creatura dell’azienda “Milazzo” di Campobello di Licata (Ag) che ha debuttato in anteprima a dicembre scorso, è un pas dosé, il più meridionale d’Europa, ottenuto da uva Inzolia Rosa (ancora poco nota in Sicilia) e una piccola percentuale di Chardonnay, e ha un bel colore intenso, bollicine fini e lunghe, note di frutta rossa e crosta di pane, con finale minerale e di mandorla amara; “Osa questo non è un vino tranquillo!” (recita l’etichetta a sottolineare il suo lievissimo petillant) di “Paolo Calì” di Vittoria (Rg) derivato interamente da uve Frappato, è certamente un rosé di spicco sia in ambito regionale sia in quello nazionale, che ha un colore intenso e brillante, aromi di pepe e lamponi, con grassezza e note salmastre nel finale che sottolineano l’austerità delle vigne stesse “poggiate” su dune marine preistoriche.

Cabernet, Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Merlot, Perricone, Syrah, Pinot Nero: questi gli altri vitigni presenti nei rosé delle aziende come Tasca d’Almerita, Planeta, Cossentino, Bonavita, Caruso&Minini, Fondo Antico e Rapitalà, solo per citarne alcune.

Il timone organizzativo è stato di Santi Buzzotta dell’agenzia “Verissima Wines & Emotions” e di Maurizio Aguglia, sommelier e curatore di “EssenzialmenteVino!”. Quest’ultimo spiega come nasce l’idea di “Rosé & Trend”: «Intanto dalla passione smodata verso questa tipologia di vini e contemporaneamente dalla voglia di dare possibilità al pubblico di valutare meglio dei prodotti di qualità che spesso a torto non stanno sotto i riflettori proprio perché rosé». Soddisfatto a pieno titolo Santi Buzzotta: «Siamo riusciti ad ideare un piacevole incontro ad hoc che comunichi elegantemente i vini rosé di Sicilia. Aver ricevuto l’adesione di venti aziende e vedere così tanta gente che partecipa alla degustazione è sintomo di successo. L’augurio è quello di realizzare la seconda edizione con ancora più cantine che producano vini di assoluta qualità».

Marcello Malta

Una passeggiata per Palermo dopo ” u Fistinu” di Santa Rosalia

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Come ogni buon palermitano che si rispetti, chi di noi non ama Santa Rosalia?  Che siate credenti o meno, ma anche semplicemente amanti della tradizione palermitana, che siate devoti della “santuzza” o solo semplicemente curiosi di vedere quest’anno “com’è il carro” e “come sono stati spesi quest’anno i soldi pubblici” sono certa che non abbiate potuto fare a meno di partecipare al “Fistinu”

 

Infatti, nonostante le inevitabili polemiche ,anzi direi soprattutto per queste, proprio come il Festival di Sanremo che sembra non piaccia a nessuno ma che alla fine guardano tutti,  “u fistinu” da sempre desta interesse in tutte le classi sociali, in uomini e donne, giovani e adulti.

Insomma “u fistinu” è “ u fistinu e, se proprio quest’anno ve lo siete perso niente paura siete sempre in tempo per ripetere, almeno in parte, il percorso gastronomico ad esso legato. Se avrete la pazienza di seguirmi  in questo itinerario ,infatti, scoprirete che, religiosità a parte, il “fistinu” in realtà è un cammino costellato di innumerevoli tappe che rappresentano tutti gli elementi principali della cucina siciliana: la frittura, la carne, i dolci.

Il mio  percorso  inizia da Chiluzzo in piazza Kalsa, dove mi aspetta un meraviglioso “cuppino” di panelle e cazzilli rigorosamente gustati con  il succo di limone appena spremuto, e un panino con melanzana fritta . Ovviamente la scelta è molto più ampia , infatti, se non fossi vegetariana, potrei decidere anche di prendere un panino con la milza schietta o maritata (con o senza formaggio grattugiato), la frittola (interiora fritte) ,le stigghiola ( budella arrostite) e i babbaluci (lumache) con aglio e prezzemolo.

Così rifocillata e carica inizio il mio cammino lungo C.so Vittorio Emanuele, ormai non più illuminato a  festa ma pur sempre suggestivo. In realtà , nonostante l’effetto del succo di limone fresco spremuto su “panelle e cazzilli” bollenti, aiuti la loro digestione , di certo il “pipitone”(cedro) venduto in questo splendido negozietto di frutta e verdura è così invitante e di certo renderà ancora più facile digerire quelle deliziose quanto pesanti fritturine dorate, preso con il sale poi..sarà ancora più rinfrescante. Detto Fatto! Il mio (ormai nostro) percorso continua.

Proseguendo inevitabilmente mi imbatto in un negozio di legumi e frutta secca , non sarà bello come quello  sontuoso che montano lungo la marina durante il festino ma non posso certo esimermi dall’acquistare un secondo “cuppino” di calia e semenza e “visto che c’è” mi ci faccio mettere anche un po’ di pistacchi e mandorle verdi (dette cavaliere) che sarà un’impresa sbucciare in assenza dell’apposito schiaccianoci ma non impossibile.

Trionfante con il mio “coppo” procedo spedita  vado incontro alla “santuzza” che intravedo sul carro, eccola è proprio lì dinanzi a me, ignara di quanto sia stato faticoso , quest’anno più che mai organizzare “un Fistinu” all’altezza delle aspettative dei palermitani e di tutti quelli che, da ogni parte del mondo, arrivano, ormai da anni, attratti da una manifestazione che ormai è assurta al rango di “festività mondiale”. La Santuzza, dicevo, è là, sovrasta il suo carro  e irradia la sua luce  su tutti noi comuni mortali che, ognuno con i propri fardelli e preoccupazioni, ma anche con la leggerezza e con la gioia di quando vai a trovare un parente o un amico che non vedevi da tempo, siamo accorsi la notte dello scorso 14 luglio , per onorarla. Certo è che se non avessi già in mano il mio” cuppino di calia e semenza” potrei decidere di gustare una calda e succulenta pannocchia bollita , o dei lupini salati, ma la mia attenzione è inevitabilmente catturata da una bancarella di dolciumi , tra i quali spicca il più colorato e fantasioso di tutti:  il “gelato di campagna”.

In realtà non è un gelato ma un dolce di origine araba, fatto con zucchero colorato di  bianco, rosso, verde e marrone, pistacchi, mandorle e canditi. Come faccio a non acquistarne (e assaggiarne ovviamente) subito un coloratissimo pezzo per la gioia degli occhi e del palato? Certo sicuramente è un dolce tra i più calorici che la mente umana abbia potuto concepire poiché è fatto unicamente di zucchero, anche se quando poi affondi i denti e incontri una mandorla o un pistacchio l’eccessiva dolcezza viene sapientemente smorzata dal gusto deciso della frutta secca: una vera goduria.

Rieccoci, superata Porta Felice, si apre dinanzi a me  il porto della Marina , la cosidetta “Cala”, durante il festino impraticabile a causa di  una marea di gente accalcata in cerca del posto migliore dal quale vedere l’arrivo del Carro e , soprattutto, i fuochi d’artificio di mezzanotte tutti  provvisti di sedioline pieghevoli .

Oggi invece  abbiamo tutto il tempo  – e soprattutto lo spazio –  per conquistare un’ambitissimo posto da Ilardo impossibile da trovare durante il festino dove mi attende “la scelta ardua” del gusto del mio  “pezzo duro” ossia un pezzo di gelato di vari gusti  di cui alcuni  sono tra i più antichi ,i miei preferiti : melone alla siciliana, cannella e scorzonera oppure giardinetto. Nel primo caso si tratta di gelato di anguria con cannella e gocce di cioccolato, nel secondo si tratta di un bigusto di cannella e scorzonera che è la bacca di una pianta che viene mangiata da un serpente dalla pelle nera  – da cui appunto il nome scorsonera –  e che ha un gusto simile al  gelato al  gelsomino ma leggermente più intenso, e, infine, il terzo dato da un tricolore di pistacchio, limone e fragola. Sapete che vi dico? Nel dubbio li prenderò tutti e tre.  E se poi mi venisse voglia di mangiare pesce potrei sempre fermarmi al chioschetto dei frutti di mare che miracolosamente appare la sera in piazza kalsa per poi scomparire nuovamente a tarda notte. Dall’impepata di cozze, alla pasta con i ricci, “Buccuna “ e “fasolari” c’è l’imbarazzo della scelta, tanto poi , per digerire basterà semplicemente attraversare il semaforo e spostarsi al chioschetto di fronte dal “mulunaro” per rinfrescare il palato con una bella fetta di anguria ghiacciata!

 

Adesso sazi e rinfrescati possiamo ritenerci soddisfatti e anche se non ci aspettano i fuochi d’artificio : tanto come ogni anno avremmo detto che “quelli dell’anno scorso erano più belli”. Non  dobbiamo fare altro che continuare a vivere con orgoglio la nostra ”palermitanità” in attesa del prossimo anno. D ’altra parte  “u  fistinu è u fistinu”, o si ama o si odia, ma chi lo ama lo ama per sempre.

Manuela Zanni

Santa Rosalia concede il bis ai palermitani

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Rusulia santa Vergini amurusa.Gigghiu addivatu fusti all’acqui puri. La discinnenza tua fù priziusa di Carlo Magno Re imperaturi. Pi essiri a Diu la cilesti spusa ,Di ncelu nterra ci detti st’onuri.  Apposta nta stu munnu fù mannata pi essiri di Palermu l’avvocata. Essennu la Sicilia turmintata d’indigni manigoldi e saracini, la santa liggi vineva discacciata di chisti barbari indigni er assassini sennu nata Santa Rusulia triunfu fici la corti riali tuttu lu populu gran festa ci facia pi li biddizzi

…nun c’eranu l’iguali la matri assai la figghia stimava la santa liggi si misi a ‘mparari .E la mparava cu n’affettu piu e la Virginedda misi ad amari a Diu. Un certu jornu vosi pittinari la cammarera a Santa Rusulia di perli e gioie la misi a ntricciari na li so beddi capiddi ch’avia  ma pi cchiù megghiu falla ncapricciari ccà c’è lu specchiu guardati ci dicia mentri a lu specchiu si guardava fissci accumpariu Gesù Crocifissu.

Per chi si fosse perso il festino di Santa Rosalia (15 luglio) o per chi è tra quelli che ogni anno non se lo perde mai e dopo i fuochi d’artificio è lì pronto ad acclamare la “santuzza” per chiederle di concedere il “bis” come si trattasse di una star di Hollywood, quest’anno è prevista una piacevole sorpresa ossia una tre giorni di spettacoli dedicati alla patrona di Palermo.

Scenario di questa kermesse sarà il celebre santuario dedicato a Rosalia , che si staglia nella magnifica cornice di Monte Pellegrino. è la storia di una ricchissima e nobile fanciulla palermitana di origini normanne, Rosalia Sinibaldi, nata nel 1130 e, ancor giovane, morta nel 1166 nella grotta ove oggi si erge il santuario e ove, probabilmente, furono trovati i suoi resti. Rosalia si era ritirata sul monte, presumibilmente da monaca,  per condurre una vita da eremita, rinunciando alla ricchezza ed agli agi della nobiltà normanna.Da allora nessuno mai seppe la fine di questa nobile e bella fanciulla.Dopo secoli, nel 1624, mentre a Palermo infieriva la peste che decimava il popolo, lo spirito di Rosalia appare in sogno prima ad una malata di peste, poi ad un cacciatore. A quest’ultimo Rosalia indicò la strada per ritrovare i suoi resti ossei, e chiese di portarli in processione per la città.Così fu fatto: ove passavano i resti della Santa i malati guarivano e si univano alla processione, liberando totalmente la città in pochi giorni dall’orribile morbo !Da allora la processione si ripete ogni anno  con il fine di proseguire nei secoli il rituale di liberazione dai mali che affliggono l’umanità.

Il 4 di Settembre si festeggia il nome Rosalia e, come si può facilmente immaginare, molti cittadini festeggiano l’onomastico.Ma il 4 Settembre è anche un giorno di Pellegrinaggio per i palermitani: si recano presso il Santuario a piedi percorrendo tutto l’itinerario della strada vecchia, chi a piedi nudi, chi in ginocchio secondo la promessa fatta alla Santa per grazia ricevuta. Il percorso è lungo e piuttosto difficoltoso, ma vi assicuro che una volta iniziato è come se una forza superiore e inaspettata ti sollevasse spingendoti dolcemente verso la tanta agognata meta: il Santuario. Una volta lì il tripudio di luci e candele, gli innumerevoli “ex voto” d’oro e argento(lasciati in cambio di una grazia ricevuta o richiesta alla santuzza)che impreziosiscono la roccia che fa da soffitto e  da parete e la folla di devoti incuranti della fatica da affrontare , vi ripagheranno del sudore e della stanchezza che vi faranno compagnia durante il cammino.

D’altra parte, poiché siamo a Palermo e , si sa, per noi palermitani “santo veni, festa fai”  non mancheranno bancarelle e punti di ristoro che, lungo il percorso pronti ad alleviare i pellegrini con ogni genere di conforto: pane e panelle, sfincionelli, granite (grattatelle) al limone, menta, orzata e amarena, bibite varie e , persino, le carrube che di rinfrescante non hanno proprio nulla ma hanno un gusto antico “contenitivo”, forse perché mio nonno da piccola mi dava sempre le caramelle alla carruba.

Se, dunque, anche voi siete tra coloro che ogni anno, non paghi del “fistinu” attendono il “bis” della Santuzza, non dovete assolutamente perdervi gli eventi organizzati in suo onore a cominciare da stasera.Questo il programma dei festeggiamenti :

Giovedì 1 settembre a partire dalle 21.15 al Santuario vanno in scena il “Trionfo di Rosalia” con Costanza Licata e Salvo Piparo e “Dalle falde alla grotta” con Gino Carista e Caterina Salemi. Venerdì 2 settembre alle ore 21.15 nella piazza del Belvedere, Massimo Minutella conduce “Storie di Palermo, tra ironia e realtà” , una grande kermesse musical-teatrale dedicata a Palermo, con la partecipazione di Paride Benessai, Marcelo Mandreucci e la Palermitana Scenica, Giacomo Civiletti, Marcello Mordino e Vincenzo Ferrera, Sun, Toti e Totino. I festeggiamenti termineranno sabato 3 settembre con la tradizionale “acchianata” animata che partirà alle 22 dalla strada vecchia. Durante l'”acchianata” si svolgerà la manifestazione “Santa Rosalia degli Artisti”, titolo della seconda edizione di un atto devozionale nato nel 2010 nell’atrio del Palazzo Petrulla (sede del Teatro Ditirammu): per questo secondo allestimento, gli artisti palermitani coinvolti racconteranno in parole e musica la storia di Santa Rosalia o reciteranno una loro orazione dedicata.

In corteo gli artisti del teatro Ditirammu, che parteciperà con la propria “Varicedda”, un simulacro auto illuminato, dedicato alle Sante di Palermo con al centro Santa Rosalia; la Banda di Palermo diretta da Massimo Vella, che intonerà il repertorio delle musiche popolari bandistiche per Santa Rosalia e il gruppo afro-palermitano Jambo Sana, diretto da Santo Vitale e coordinati da Giovanni Parrinello. Lungo il percorso, sono previste alcune soste per consentire brevi riposi ai portatori.

Durante le fermate, gli artisti Elisa e Giovanni Parrinello, Gigi Borruso, Stefania Blandeburgo, Paolo Battaglia, Enzo Mancuso, Ludovico Caldarera, Gaetano Lo Monaco Celano, si alterneranno con brevi performance nelle 12 fermate programmate. L’arrivo è previsto in coincidenza con l’inizio della celebrazione della S. Messa nel Santuario sul Monte Pellegrino. La “Varicedda” rimarrà esposta ai fedeli fino a tutto il pomeriggio di domenica 4 settembre.

A questo punto, non mi resta che augurare buona Santuzza a tutti pronunciando ancora una volta l’esclamazione cara a tutti i palermitani “Viva Palermo e Santa Rosalia”

Manuela Zanni

“Carnevale…e oltre” sbarca ad Erice

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Fatta tappa all’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa” dove è salito in cattedra il comune di Erice, dopo la bella “esibizione” dei dolci ericini della rinomata pasticceria del convento assieme alle bollicine italiane e agli spumanti Doc Erice dolci e brut, il 21 febbraio sarà la volta dell’incantevole cittadina che ospiterà la IV tappa dell’evento (M.Ma.)

“Carnevale…e oltre” fa tappa a Napoli

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L’evento che esalta i sette sensi, inventa delizie da gran gourmet e affina il sesto senso dei wine lovers, in collaborazione con “Spumanti d’Italia”, quest’anno è dedicato ai “Dolci e Poeti d’Italia” e ha preso il via domenica 12 febbraio scorso ad Alcamo. Ora è il momento di Napoli per proseguire poi alla volta di Erice, Jesolo e Orsara di Puglia (M.Ma.)

Carnevale e oltre: uno spettacolo spettacolare, di scena a Palermo

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A Palermo il Carnevale incontra la poesia, le bollicine e la mitica cassata siciliana: al Living Restaurant de La Rinascente di Palermo un appuntamento da non perdere, nel giorno di San Valentino. Il programma dei prossimi appuntamenti del Carnevale itinerante dello Chef Peppe Giuffrè.