Cuore pulsante di ricordi, di emozioni, il centro di una città che di storia è intrisa lungo vie e anfratti nascosti agli occhi dei passanti. Ci ritroviamo a percorrere l’arteria di un mercato che affonda radici nel substrato Palermitano fatto di “abbanniaturi” (banditori di frutta, verdura, carni e varie), di bancarelle “cunzate” (letteralmente condite, ovvero allestite), “riffaturi” (venditori di biglietti per la riffa.
Di “fimmini massari” (donne dedite alle faccende domestiche – massaie), “picciriddi ri nutricari” (bambini da crescere) e cani “lagnusi” (lagnosi, fannulloni) che oziano aspettando gli avanzi di bottega. Ci ritroviamo a percorrere una via ricca di colori, di vita, di stile che rimanda ad un passato mai tradito, mentre i passi ci spingono verso un labirinto di emozioni che partono dal Tribunale e approdano alla Cattedrale. L’ingresso al Capo è fortemente suggestivo, racchiuso da una delle porte più antiche della città, Porta Carini: edificata nel 1310 era un semplice arco di pietra che, attraverso i campi, apriva il passo dalla città verso il paese di Carini e da qui il nome. La porta fu ricostruita per intero nel 1782, fu comperata dalle monache della Concezione e utilizzata come belvedere.

Oggi è una porta in pensione, non svolge più la sua funzione e diviene la maestosa matrona che accoglie i turisti, i clienti del mercato, che fa bella mostra di se lasciandosi fotografare. Da via Porta Carini fino a via Beati Paoli è tutto un rammentare, il pensiero fa capolino sui passi scritti da Luigi Natoli in quel romanzo che tracci i tratti di una setta misteriosa di incappucciati che già alla fine del seicento, si narra in racconti divenuti leggendari, si riuniva in una grotta sita nei paraggi. Lo scopo della setta era quello di punire il male, a suon di male, nella volontà di far trionfare il bene, di demolire soprusi e ingiustizie, nel ricercar rivalsa per gli indifesi.

Il Mercato vive all’interno di un quartiere popolare, detto di Seralcadio, oggi conosciuto proprio come Capo, ed è sempre stato il mercato del popolo fin dalla sua fondazione in epoca di dominazione musulmana. Somiglia a tratti ad un souk, un bazaar orientale, sensazione più che mai vera innanzi all’Antica Drogheria di Dainotti. In cinquant’anni ne ha visti di visitatori, avventori locali e turisti, propensi a comperare le spezie più ricercate, perché la drogheria si rifornisce in tutto il Mondo.
Il nipote della proprietaria, Antonio Orlando, mostra con orgoglio Pimento, Maggiorana, Cumino, Coriandolo, Capperi e spezie varie, nulla da invidiare ai venditori egiziani, ne a quelli marocchini in quanto a fornitura. Profumi e promesse di sapori si mescolano in un gioco di allegri rituali: la merce viene “abbanniata” (urlata), soppesata, odorata e poi comprata. Intorno alla Drogheria, quarti di bue stesi, panifici, verdure esposte al sole e all’avventura e tutto narra quelle antiche forme di baratto che hanno portato alla compravendita attuale, in un contesto sempre uguale. La via avanza tra strettoie e nuove cose da mirare, tra “putie” (negozi) e “putiari” (negozianti) intenti a sistemare e mai la mente partorirebbe idea di trovare in mezzo a tutto ciò un colosso di pura magnificenza. Immersa in questo contesto colorato e grottesco, fa capolino sulla folla ondeggiante la chiesa dell’Immacolata Concezione. Un fiore che si apre alla notte, in un fiorire di stucchi e di barocco puro, bello.

Marmi policromi raccontano il gusto tutto seicentesco di una Palermo di dominazione spagnola. Verso la fine del cinquecento le suore dell’ordine delle Benedettine decisero, su spinta del gesuita Giacomo Sardo, di spostarsi dalla Cattedrale al quartiere popolare del Seralcadio fondando, negli anni successivi, il monastero. Il vano sacro era in origine molto più piccolo, le prime decorazioni si crede fossero solo pitture, oggi però si può ammirare una chiesa coperta di ornamenti, da cima a fondo. Ogni centimetro è costituito da marmi, angeli che annunciano la buona novella e puttini che danzano immoti in un tripudio d’opulenza. La navata è stata definita un “giardino di pietra” e la struttura tutta è una perla racchiusa da una conchiglia, il mercato, da salvaguardare. La chiesa della Concezione al Capo è il sacro che si mischia al profano in un gioco attento, equilibrato e senza fine. Uscire dal vano sacro e ritrovarsi per la via, abbandonare il silenzio devoto e ridare spazio al colorito frastuono, lascia smarriti per quella frazione di tempo necessaria al verduraio per attirare l’attenzione sulla sua merce.

E mentre si è intenti a scegliere tra asparagi (“sparaci” sui cartelli) e nespole, si delinea la grande umanità del Capo: una donna percorre la via, traballante su gambe magre, incerta sull’approdo. Porta in grembo una creatura e ne ha una già partorita, aggrappata al collo. Sembra stanca, affamata e regge in mano solo una moneta. Si avvicina al verduraio e chiede quanto costa una lattuga, poi lo sguardo viene attratto dalle melanzane, grosse, sembrano buone. Così si fa coraggio e apre la mano, mostra la moneta e chiede “me ne dai una?”.

Lui non barcolla, mentre la dignità vacilla, apre un sacco e inizia a riempire. Mette ortaggi e smette quella fame, allunga la spesa verso quei due euro e lei sorridendo, a denti radi e neri, dice “e il resto non me lo dai?”. Lui ritorna ai suoi clienti mentre afferma “il resto è nel sacchetto”. Se nel 2011 tocca ancora assistere a scene di fame, di miseria e di umanità ritrovata, allora vien da pensare che tutto gira, sorte e carte, ma talvolta gira male.
Tiziana Nicoletti











alluminio ed iniziate ad arrotolare. Quando avrete finito di arrotolare “saldate” stringendo e modellando la carne attraverso l’alluminio. Poi chiudete a forma di “caramella” e mettete in forno. Dopo 25 minuti di cottura togliete l’alluminio e versate sul fondo della teglia un filo d’olio. Ultimate con ulteriori 10/15 minuti di cottura.



a soppiantata da altre con più alta resa. La panificazione con la farina di “Tumminia” è in disuso ma viene effettuata ancora con i metodi tradizionali grazie all`abilità di poche persone anziane e si può trovare ancora nei paesi della Valle del Belice ed in particolare a Castelvetrano. La pezzatura del pane variava rispetto ai nostri giorni: si dava il nome di “pani” se aveva la forma circolare e pesava circa 2 chili, “vastedda” sempre di forma circolare ma con pezzatura di 1 chilo, seguivano poi le “cuddure” (pane della pezzatura di mezzo chilo) e le “cudduredde” (di circa 150 – 200 grammi). Se la farina era ricavata da frumento nuovo si confezionavano le “cuddure” a “pedi di voi” (simili al piede di un bue), forse per devozione, ma probabilmente come segno di riconoscenza verso quell`animale che aiutava a solcare la terra.
anche grano marzuolo) anticamente seminata come ringrano o quando le annate piovose non consentivano la semina autunnale. Pare che la tumminìa fosse coltivata, con il nome di trimeniaios, già dai coloni greci insediatisi nella vicina città di Selinunte. Il pane fatto con la tumminìa si mantiene gustoso e morbido per diversi giorni. Questo particolare ingrediente, di scarsa reperibilità, conferisce al prodotto finito un caratteristico sapore dolce. La cottura secondo il metodo antico avviene esclusivamente in forni di pietra riscaldati con legna d’ulivo (solitamente immagazzinata ed essiccata direttamente dal fornaio, che la recuperava dalle fronde eliminate durante la potatura). Se ne ottiene una pagnotta rotonda di media pezzatura, che in siciliano si chiama vastedda, in grado di mantenersi per 7-10 giorni. La forma tondeggiante e bassa è considerata, sin dall’antichità, funzionale per poter essere spezzata a mano, e sembra essersi così tramandata nei secoli. Un’altra forma, caratteristica di quasi tutte le zone rurali dell’isola, è quella che ricorda lo zoccolo di bovino, o “a piede di bue”, chiamata cuddura: veniva in passato confezionata una volta l’anno con il primo frumento dell’ultimo raccolto, con funzione di rito di ringraziamento e propiziazione, come ogni altra forma di offerta delle primizie.


Rintoccati i 150 anni, tornano di moda i menu risorgimentali. A Genova è toccato al dessert: la torta Mazziniana. Veloce, bastano 40 minuti. Dietetica, senza creme o panna, ma con mandorle raffinate.Il contagio patriottico non conosce limiti, bar e ristoranti dei carrugi rispolverano una torta dal sapore antico, perché qui il 22 giugno 1805 nacque Pippo, chiamato affettuosamente così dalle tre sorelle, prima di preferire il nomignolo di padre della patria. (Gi.Co)





