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Saltimbocca di salmone frescp

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La nostra lettrice Sonia Bigoli, personal chef romana trapiantata in Lombardia ma operativa in diverse regioni d’Italia, ci presenta una bella variante personale della solida tradizione laziale: i mitici saltimbocca diventano di pesce. Ecco come realizzarli per una cena veloce ma di ottimo gusto e di sicuro successo.

 

Saltimbocca di salmone:



Ingredienti e dosi per due porzioni

4 fette di salmone (fresco) tagliate sottili
olio di girasole qb
6 quadratini di pesce spada
4 gamberetti sgusciati
una foglia di salvia
mezza fetta di lardo di colonnata
1 cucchiaio di miele di agrumi
mezzo lime
pepe bianco
panna
ribes.

Esecuzione:

Su un tagliere adagiare 1 fetta di salmone precedentemente lavato e poi asciugato con carta assorbente.Aggiungere 3 quadratini di pesce spada, 2 gamberetti, la metà della fetta di lardo, una macinata di pepe, una presa di sale e mezza foglia di salvia.
Ricoprire con l’altra fetta ed unire le due fette con uno stuzzicadenti, come a sigillarle. In alternativa potrete legarle a “pacchetto” usando l’alga commestibile come raffigurato in foto. Questo sarà il vostro saltimbocca.
A parte, in una ciotola sbattere il miele col succo di lime, il pepe e i chicchi di ribes schiacciandoli con i rebbi della forchetta.
Filtrare il tutto con un colino e mettere sul fuoco una tegame (di rame e Agnelli sarebbe ottimo; molti ristoranti non lo usano più) ed aggiungere l’olio in quantità sufficiente ad ungere il tegame, asportando eventualmente l’eccesso con carta assorbente avendo cura di non scottarvi.
A questo punto adagiate in tegame i saltimbocca e riportate la padella sul fuoco moderato. Lasciare cuocere fino a che i saltimbocca saranno dorati e servire dopo avere aggiunto la salsa ai ribes  precedentemente setacciata.
E buon appetito.

Sonia Bigoli – Personal Chef –

(Foto: Web, puramente indicative)

Pollo al curry in insalata

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Ci siamo. Arriva più puntuale delle tasse. Ferragosto è qui. Ma voi ci pensate che è una festa più antica del Natale? Bè sì… feriae Augusti è stata instituita nel 18 a.C, che, poverino, Augusto era davvero troppo stanco dalle fatiche di comando e doveva riposarsi. Bando alle ciance, nella mia vita di Ferragosto ne ho trascorsi oramai 23, e tutti a modo loro molto particolari.

Mi ricordo quello al mare, finito in dramma con una mega puntura gigante di ape e io, piccola piccola, in preda a lacrime e strilli.
Mi ricordo quello a casa, un po’ triste, con fulmini e saette fuori, che si sa, il tempo non può esser sempre clemente.
Mi ricordo quello in campeggio sul lago, dove trovare un posto per la tenda la sera del 14 era semi-impossibile e montarla al buio lo era ancora di più…
Mi ricordo quello in montagna, dove la palla ci è scappata giù per la scarpata tra il bosco fitto, e dove la borsafrigo con la carne da cucinare arrosto è misteriosamente scomparsa…Bè se rileggo questi ricordi mi vien voglia di dire che forse Ferragosto non è che sia per me troppo fortunato, ma se ci penso bene..volete mettere ridere a crepapelle per non riuscire a mettere il picchetto della tenda nel modo giusto a notte fonda o rotolare tutti insieme dietro alla palla che cade?
Programmi per domani? Fatemi sognare un po’ con i vostri, visto che io rischio miseramente di non far nulla…
Intanto vi lascio una ricettina che secondo me, ovunque voi andiate, potrebbe fare un figurone e, nello stesso tempo è leggera e si mantiene bene in una bella borsa frigo.
Vi saluto e vi auguro una buona settimana di vacanza!! Ci risentiamo nel weekend 🙂

Pollo al curry in insalata
400 gr di petto di pollo
1 cespo di insalata (io uso l’iceberg)
1 scatoletta di mais
curry
1 spicchio d’aglio
olio
sale

Tagliate le fette di petto di pollo a pezzettini piuttosto piccoli.
Fate soffriggere in una padellina lo spicchio d’aglio schiaccato in un po’ d’olio. Quando sarà caldo aggiungete il petto di pollo a pezzetti e fateli rosolare finchè non saranno completamente bianchi. A questo punto abbassate la fiamma e aggiungete sale e una buona manciata di curry (a gusto personale). Quando il pollo sarà completamente colorato spegnete il fuoco.
Intanto preparate l’insalata, tagliando e lavando l’iceberg. Aggiungete olio e sale a piacere, il mais e buttate dentro i pezzetti di pollo.
Guarnite con basilico fresco e servite con pane fresco o abbrustolito.Bon Appetit!

 

Polenta fredda in insalata

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Una insolita insalata composta di una dadolata di polenta ed altri intriganti ingredienti, in un caledidoscopico connubio “nord sud”, la polenta si veste di origano ed olive.

Instructions:

  • Per prima cosa si prepara la polenta. Si riempie un tegame con 250 gr di acqua, si aggiunge un pizzico di sale marino integrale ed un pizzicotto di aglio in polvere e si porta a bollore.
  • Una volta raggiunto il bollore versare a pioggia la polenta e rimestare con un frustino per evitare la formazione di grumi e lasciar cuocere per 2 minuti circa. L’acqua viene assorbita dalla farina e la polenta si stacca dalle pareti del tegame.
  • Versare la polenta in un contenitore rettangolare e livellare la superficie con un cucchiaio umidificato, potete anche aiutarvi con le mani bagnate.
  • Lasciate la polenta da parte perché deve freddarsi o almeno intiepidirsi e compattarsi.
  • In una ciotola unite i fagioli cannellini lessati, un pezzetto di cipolla tagliata finemente con il coltello, la costa di sedano lavata e tagliata a dadini, la carota sbucciata e tagliata con una mandolina a julienne, il pomodoro tagliato a dadini, il prezzemolo tritato, il basilico spezzettato, un pizzico di origano secco, una macinata di pepe, le olive verde tagliate a dadini e private del nocciolo, una macinata di sale grigio ed un filo di olio evo.
  • Mescolate il tutto e lasciate insaporire.
  • Una volta che la polenta si sarà freddata, capovolgerla su di un piatto e tagliare anche questa a dadini.
  • Far scaldare una padella antiaderente e versare pochi per volta i dadini di polenta, lasciarli rosolare muovendo la padella al fine di non farli attaccare ed una volta leggermente tostati versarli su un piatto per farli raffreddare.
  • Una volta tiepidi, si freddano velocemente, versarli nella ciotola con i restanti ingredienti preparati in precedenza, mescolare per far insaporire e servire l’insalata fredda ai commensali!

Ma non è bella così tutta colorata e profumata?!

A mio parere fa molto estate, sia per i colori che per i sapori e i profumi! Da rifare ancora e ancora 😀 contest di Pecorellaquesta ricetta partecipo al contest di Marzapane “Chef per un mese

 

Ravioli di orata in sugo semplice

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In un panorama culinario costellato di ravioli di cernia, la personal chef Sonia Bigoli ci sorprende con una variante poco conosciuta ma che esprime grandi promesse di gusto e sicura riuscita: i ravioli di orata in sugo semplice. La ricetta ed il procedimento per realizzarli anche voi (SdG)

 

Ingredienti e dosi per 4 porzioni:

Per la pasta :

300 gr di farina doppio zero.

3 uova

un pizzico di sale fino

un cucchiaino di olio extravergine.

Per il ripieno:

1 orata.

Per il sugo:

una manciata di pomodorini a grappolo ( ciliegino o datterino)

mezzo peperone verde

Per la guarnizione:

Una costa di sedano verde tagliata a puntarella o finemente.

Per il brodo di pesce:

gli scarti dell’orata precedentemente pulita ed eviscerata.

Acqua fredda

Un cipollotto

Mezzo porro

Una foglia di alloro

I gambi del prezzemolo (non le foglie)

Un bicchiere di vino bianco secco

Qualche grano di pepe nero.

Procedimento : iniziate con il  fare la pasta all’uovo incorporando alla farina i restanti ingredienti. Formate una palla liscia e metterla nel frigo a riposare per circa mezz’ora. Nel frattempo pulitel’orata tenendo da parte gli scarti che sistemerete poi in una casseruola con acqua fredda e i restanti ingredienti indicati sopra. Portate ad ebollizione a fiamma bassa e lasciate sobbollire per circa 30 minuti. Quindi filtrate con un colino per eliminare eventuali spine. A questo punto stendete la pasta e lasciatela asciugare per altri 15 minuti. Tagliatela poi a strisce piuttosto larghe e comunque abbastanza da potervi ricavare dei quadratoni per formare i ravioli ( in effetti la dimensione è a piacere) . Quindi ponetel’orata tagliata a cubetti nel quadratone e chiudete a caramella . In una pentola mettete l’acqua e portare e bollore. Intanto preparate  il sugo adoperando un tegame basso in cui verserete poco olio extra vergine d’oliva, i pomodorini e il peperone. Cuocere a fiamma sostenuta ed aggiungere del brodo per ammorbidire.  Abbassate la fiamma e coprite con un coperchio.

Ad ebollizione raggiunta buttate i ravioli e fate cuocere per 3 minuti. Scolate e versate in un piatto fondo in cui avrete già versato il sugo precedentemente ottenuto. Aggiungete a piacere una spolverata di parmigiano e guarnite con il gambo di sedano tagliato a Julienne.

Sonia Bigoli – Personal Chef –

La Iris fritta, la Sicilia e “i cosi duci”: gusto e tradizione.

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Gusto, dolcezza, cremosità, morbidezza, opulenza: sono le caratteristiche principali della Iris fritta. Un dolce palermitano che però in altre parti della Sicilia, come ad esempio a Catania, ha altri nomi ed altri ripieni: a volte anche di crema al cioccolato. La ricetta di una “merenda” mitica.

  In Sicilia, più che altrove, ogni periodo dell’anno, ogni festa, ogni ricorrenza ha la propria pietanza tipica, soprattutto dolce. Generalmente i dolci vengono definiti “cose duci” (cose dolci) con l’indicazione specifica del periodo in cui si preparano e consumano, pertanto avremo “cose duci di Natale, di Carnevale, di san Giuseppe, di Pasqua, dei morti, di san Martino, di santa Lucia” e così via. In tutta la Sicilia grande apporto alla creazione e diffusione di dolci è stato dato dai conventi di suore mentre quelli dei monaci soprattutto nella preparazione di bevande e liquori. Anticamente era consuetudine, infatti, recarsi in carrozza presso i Conventi (es Santa Caterina a Piazza Bellini) per comprare cannoli e altri dolci che le suore di clausura porgevano agli avventori attraverso la cosidetta “ruota” consistente in una botola di ferro posta nel muro del convento , e girando la ruota avveniva il commercio: i compratori pagavano i dolci poggiando i soldi nella botola che veniva girata verso l’interno per poi ruotare verso l’esterno la “guantiera di cose duci” ossia un vassoio colmo di delizie dalle ricette spesso segrete. Scrive la Favarò “nella letteratura si trovano spesso riferimenti ad antiche ricette desuete, tra i tanti possiamo citare l’abate Giovanni Meli (1740- 1815), che ci parla, nella sua poesia “Li cosi duci di li battii” , provenienti da 21 monasteri palermitani dove venivano confezionati dolci” .Molti dolci che oggi troviamo in tutte le pasticcerie in ogni periodo dell’anno,  un tempo erano legati a delle particolari festività : una festa in famiglia (battesimo, cresima, fidanzamento, matrimonio, compleanno), un mese, un giorno, una ricorrenza dal calendario liturgico , la festa patronale”

I dolci, infatti, da sempre rappresentano la giusta cornice per ornare un evento, dalle festività comandate al “semplice” pranzo della domenica ( che poi per noi siciliani semplice in realtà non lo è mai) poiché sono essi stessi la “festa” e non solo perché la ritualità connessa alla  loro preparazione è di per sé conviviale ma anche perché i loro colori, dal rosso delle ciliegie candite, al verde dei pistacchi, all’arancio della zucca, al bianco della glassa velata e ai colori variopinti di confettini e guarnizioni varie, rallegrano la tavola alla sola vista.In Sicilia è  usanza  che si portino in dono dei dolci quando si è invitati a pranzare a casa d’altri e guai se gli ospiti non sono “ costretti a bussare con i piedi” ( poiché si presume abbiano le mani impegnate dalle guantiere di dolci), o che la prima volta  in cui il fidanzato fa la cosiddetta “acchianata” (ossia sale a casa della fidanzata per conoscere i genitori ) porti “le paste” ovvero dolci di ripieni di ogni sorta di farcitura (ricotta, cioccolato, pistacchio, crema gialla, crema di latte). Insomma, come ormai sarà chiaro, per noi siciliani ogni occasione è buona per fare festa e i dolci in particolare rappresentano la massima espressione del gaudio e della convivialità.

Siano essi i “ grandi classici” della pasticceria siciliana  : cannoli,  cassata, sfince  di san Giuseppe,  anche se meno note o forse proprio per questo ,  iris e cartocci, in ogni caso, si tratta di dolci di antica tradizione la cui ricetta viene conservata gelosamente e il cui rituale di preparazione rappresenta , di per sé , l’essenza della festa stessa. Si potrebbe definire  una sorta di leopardiano “sabato del villaggio” in cui l’attesa e la preparazione al dì di festa rappresentano la ragion d’essere della festa stessa , la “conditio sine qua non” la festa non esisterebbe. Non meno importanti e degne di nota , sono le forme dei dolci alle quali, l’autrice  fa ampio riferimento, a cominciare da quelle dei “biscotti di san martino” , che, in origine, avevano due sagome di valenza  simbolica collegata alla procreazione : erano a bastoncino e rotondi. Il riferimento fallico del bastoncino è lapalissiano così come la rotondità che rappresenta il grembo femminile fecondato. Con gli anni la forma femminile ha prevalso su quella maschile. Non così nel caso del cannolo, simbolo fallico per antonomasia, nonostante questo dolce sia nato all’interno dei conventi o, forse, maliziosamente potremmo dire proprio per questo,  mentre tornando alla pienezza e alla femminilità del grembo materno arriviamo, finalmente, l’avvolgente morbidezza di cartocci e iris. In entrambi i  casi si tratta di due tipici dolci palermitani che fanno parte della schiera delle bontà da rosticceria siciliana. La gastronomia siciliana ha, infatti, una sezione dedicata alla rosticceria e alla tavola calda di grande importanza e con una varietà di forme, sapori e colori da lasciare sempre indecisi su quale prelibatezza addentare per prima. Come per la maggior parte dei dolci che oggi rappresentano la pasticceria siciliana nel mondo, anche  questo morbido e gustosissimo “ involucro di bontà” sia nato dalla sapiente arte culinaria che le monache di clausura sviluppavano all’interno dei  loro conventi. Originariamente le iris venivano preparate utilizzando dei piccoli panini simili a delle rose ( da cui mutuano appunto il nome di rosette) caratterizzate da un interno poroso che è particolarmente adatto alla farcitura, in seguito a questo i maestri pasticceri hanno creato  un  impasto pensato “ad hoc” per creare un  accogliente alveo in grado di contenere la soffice crema di ricotta senza lasciarla traspirare in modo da mantenere l’esterno perfettamente friabile al punto da rendere le “inis” (in dialetto) un irresistibile peccato di gola che attrae tutti  gli avventori  durante le passeggiate palermitane.Il felice incontro  fra la  pasta sofficissima fritta spolverizzata di zucchero , la crema di ricotta vellutata e le gocce di cioccolato rendono questa squisita “bomba calorica” uno dei capisaldi della rosticceria palermitana. Come di consueto, laddove ne aveste voglia, potreste provare a preparale in casa con la ricetta che Scelte di Gusto ha selezionato per voi:

IRIS FRITTA

Antica ricetta

Togliete la parte centrale delle rosette e conservatela. Scavatele all’interno attraverso il foro così creato e ammorbiditele nel latte zuccherato. Lavorate la ricotta con lo zucchero fino ad ottenere una consistenza vellutata. Riempite i panini svuotati  con la crema di ricotta aiutandovi con una siringa a bocca larga attraverso il foro. Chiudete  il foro  con il “tappo” che avete  conservato e passatele  nella farina, poi  nelle uova che avrete sbattuto in precedenza  con un pizzico di sale, poi nel pangrattato ed infine friggetele  in olio bollente fin quando non sono dorate. Lasciatele “riposare” su carta assorbente. Servite tiepide Questa invece è la ricetta adattata ai nostri giorni:

 Ingredienti

500 grammi di farina 0

50 grammi di margarina (anche se la ricetta originale prevede la sugna)

30 grammi lievito di birra

Un pizzico di sale

3 uova

400 grammi ricotta di pecora

2,5 dl di latte

100 gr  gocce di cioccolato fondente

400 grammi di zucchero

Pangrattato

Olio di semi per friggere

Lavorate  la ricotta con 250 grammi di zucchero fino ad ottenere un composto liscio e vellutato. Fatela riposare per circa mezz’ora   in frigo e poi unitevi  le gocce di cioccolato fondente. Impastate  la farina setacciata con la margarina a temperatura ambiente. Aggiungete all’impasto il lievito in piccoli pezzi, 150 grammi di zucchero, e , poco alla volta, il latte appena scaldato,  lavorandolo continuamente e infine un pizzico di sale. Non appena il composto sarà ben amalgamato, aggiungete un uovo battuto e continuate a lavorare l’impasto aggiungendo, se necessario, poca acqua. Fate lievitare la pasta coperta e al caldo per circa due ore. Quando la pasta sarà morbida e lievitata, stendetela con un mattarello e ricavatene dei dischetti dello spessore di circa un centimetro aiutandovi con un bicchiere. Ponete al centro della metà dei dischetti un cucchiaio di crema di ricotta e ricopriteli con la restante metà formando delle “palle”  e fatele lievitare per circa un’ora in un luogo tiepido . Quando saranno gonfiate, passatele nelle uova battute con un pizzico di sale, poi nel pangrattato e, infine, friggetele in olio bollente fin quando non sono dorate. Ponetele su carta assorbente e servite tiepide.

Potrete trovare le iris anche in una versione  al forno altrettanto gustosa e, soprattutto, meno calorica che potrete realizzare utilizzando lo stesso impasto che cuocerete al forno, dopo averlo fatto lievitare come nella ricetta precedente. Dopo averle sfornate, riempitele  con la crema di ricotta e cioccolato e, infine,  spolverizzatele  con zucchero a velo.

 

M.Z.

Foto: Web.

I dolci di Riposto: una dolce tradizione siciliana. La ricetta per farli in casa.

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Durante una passeggiata a Misilmeri alla ricerca di un bar per gustare un buon caffè, può capitare di imbattersi  in una pasticceria all’interno della quale, nonostante l’ambiente moderno, si può  ritrovare, con grande piacere della vista e del palato, un dolce siciliano di origine antichissima seppur decorato e rivisitato in chiave moderna: i dolcetti da riposto. Origini e ricetta.

I cosidetti “dolcetti da riposto” sono delle piccole “gemme” di pasta di mandorla ripieni di conserva di arance o mandarino decorate in maniera così festosa e variopinta che a solo guardarle  rallegrano la giornata.Questi squisiti dolcetti hanno origine antica poiché  appartenevano alle dispense delle famiglie nobili siciliane di una volta. Il nome è stato dato dal fatto che questi dolci, per l’appunto,  una volta preparati, si conservano per lunghi periodi nella dispensa chiamata appunto anticamente “riposto” ossia ripostiglio. Si tratta, quindi, di dolci da conservare in dispensa e da offrire agli ospiti inattesi in visita.

Ovviamente noi  di Scelte di Gusto, per i quali la gola non è certo un optional, non abbiamo saputo ( né voluto) resistere alla  tentazione  di chiedere immediatamente  una “guantiera” ( termine con il quale si intende un vassoio colmo di dolci mutuato dall’antica guantiera che era un vassoio o una scatola in cui si riponevano i guanti) di questi piccoli capolavori in maniera da “accaparrarcene” almeno uno per tipo. Una volta “addentata” la dura scorza di zucchero colorato  , quei piccoli  involucri variopinti hanno avuto la possibilità di manifestarsi in tutto il loro sapore, dolce, dolcissimo, smorzato, solo alla fine , da un piacevole retrogusto amaro della pasta di mandorla che costituisce il loro ripieno. A questo punto, altrettanto ovvio è che la curiosità ci abbia  portati a cercare l’antica ricetta, che di seguito riportiamo per i lettori di Scelte di Gusto   che vogliano   cimentarsi in questa piacevole esperienza culinaria:

Ingredienti:

Pasta reale(o di mandorle) costituita da zucchero, mandorle e glucosio(si può acquistare già pronta nei negozi che vendono ingredienti per fare i dolci in casa); conserva di cedro, arance o mandarino; glassa di zucchero fondente (composta da zucchero e glucosio); canditi a pezzettini ; confettini colorati a piacere;

Per la preparazione:

 Per la pasta reale: Gettare per qualche minuto, in acqua bollente le mandorle spellate. Tritarle finemente fino a ridurle in polvere. In seguito, cuocere lo zucchero con pochi cucchiai di acqua e il glucosio fino ad ottenere uno sciroppo filante. A quel punto, togliere dal fuoco e aggiungere la farina di mandorle. Mescolare bene il tutto con un cucchiaio di legno e lasciare intiepidire. Appena tiepida cominciare a lavorarla con le mani per darle la forma desiderata.

Per la glassa di zucchero: Mettere lo zucchero e l’acqua in un pentolino, portare a ebollizione, filtrare e continuare la cottura sino a che, facendo cadere qualche goccia di composto  in acqua fredda, una volta freddo,  risulti morbido ed elastico. Trasferire, quindi, il composto su un piano di marmo inumidito e lavorarlo con una spatola dall’esterno verso il centro sino ad ottenere una pasta bianca.

Quando dovrete usare il fondente, ponetelo  in una casseruola con l’aroma e  il colorante prescelti, quindi fondetelo a temperatura media mescolando con l’aiuto di  una spatola. Quando avrete preparato i 2 composti potete passare alla  preparazione dei dolcetti. Dividete la pasta reale ( o di mandorle) in tante palline, spalmatele con la conserva di arance o mandarini e ponetele in piccole formine. Versatevi sopra la glassa fondente e decorateli a piacere  con  confettini colorati. Servite solo quando la glassa si sarà solidificata.

Nel caso in cui dovessero avanzare dei dolcetti, ricordatevi  che avete la possibilità di avere in dispensa (come anticamente si faceva nelle case dei nobili) dei deliziosi dolcetti decorati sempre pronti da servire ai vostri ospiti ( anche quelli che arrivano all’improvviso), poiché, vi assicuriamo, li potrete conservare nel vostro “riposto” anche più di un mese. Con l’augurio che la vostra casa sia sempre piena di  ospiti, attesi e non, buonissimi dolcetti a tutti.

Manuela Zanni

Premio Artusi 2013,il premio annuale che incorona gli ambasciatori della filosofia artusiana

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artusiIl prestigioso premio è andato a Mary Ann Esposito, straordinaria promotrice della  cucina italiana nelle case d’America. Autenticità, storia e tradizione: sono queste le tre parole che rappresentano Mary Ann, nonché la firma del suo stile culinario, che ha fatto di lei uno dei cuochi televisivi più amati in America . In quanto creatrice e conduttrice della serie TV su PBS, Ciao Italia con Mary Ann Esposito“, ha portato questi tre valori nelle case di milioni di americani. Quest’anno la serie televisiva, fruibile praticamente in tutti gli stati degli Usa, raggiunge il suo apice con la ventunesima stagione, diventando la più lunga serie televisiva incentrata sulla cucina nella storia della televisione.

mary ann2Per Mary Ann l’arte della cucina italiana è uno stile di vita.

Quando era una ragazzina a Depew, New York, osservava le sue nonne italiane mentre preparavano bellissimi piatti della grande tradizione regionale. Entrambe le nonne, una siciliana e l’altra napoletana, erano nate in Italia ed erano cuoche professioniste.

Così  Mary Ann ha maturato un profondo gusto per il cibo e la cucina italiani. Ma è stato un viaggio in Italia a determinare la scelta di condurre un programma televisivo per soddisfare il suo amore per la cucina. Così è nato “Ciao Italia”.

Attraverso questa importante serie televisiva, ma anche attraverso  partecipazioni in altri programmi in TV ( come “The Today Show”, “Regis and Kelly”, “QVC”, “The Food Network”, “Discovery Channel” e “FOX”, per non parlare di “Martha Stewart Radio”, “RAI International”, “The Victory Garden”, “Simply Ming” e molti altri!) è riuscita a condividere quelle lezioni di cucina apprese da piccola, con spettatori in tutto il mondo.

MaryAnnEspositoWPMary Ann In basso a destra insieme a Pierluigi Arpinati) ha collaborato con gli chef più rinomati al mondo come Julia Child, Todd English, Daisy Martinez, Sara Moulton, Jacques Pepin, Martin Yan e molti altri.


Moltissime sono le organizzazioni che hanno riconosciuto gli sforzi di Mary Ann di preservare le tradizioni che caratterizzano il cibo e la cultura italiani. La Johnson and Wales University ha premiato Mary Ann con il Distinguished Author Award (“L’Autore che si è distinto”, nda), il St. Anselm College le ha conferito un dottorato ad honorem per la sua dedizione all’insegnamento e al preservare l’autentica cucina italiana. Più recentemente, la “Italian Trade Commission” l’ha nominata onorevole della Hall of Fame –  Camera della Fama.

may ann3Nel 2009 l’OSIA (Ordine dei Figli Italiani in America) ha premiato Mary Ann con il premio “Lifetime Achievement in the Culinary & Cultural Arts of Italy” (Successo a vita nelle arti culinarie e culturali d’Italia). Per promuovere la ricchezza storica e i costumi degli italoamericani, Mary Ann prende parte sia all’OSIA che alla NIAF (Fondazione Nazionale Italo-Americana).

Come membro della NIAF, Mary Ann è la portavoce degli annunci pubblici della fondazione stessa. Ha anche invitato a partecipare al suo programma alcuni membri della NIAF, come l’ultimo presidente, il Dr. A. Kenneth Cingoli.

La partecipazione attiva di Mary Ann sia in OSIA che nella NIAF, è stato motivo di ispirazione per la fondazione della Mary Ann Esposito Foundation.L’obiettivo della Fondazione è quello di dare continuità alla tradizione della cucina italiana negli USA, dando un’adeguata istruzione alle future generazioni, anche con utilizzo, ove possibile, di prodotti italiani.

Mary  Ann è anche l’autrice di dodici libri  sulla cucina italiana e pubblica spesso sul blog dei giornali online Huffington Post e il Boston Herald. Inoltre, scrive alcune colonne per alcuni dei maggiori giornali e riviste Italoamericani, tra cui:

  • FRA NOI, il maggiore giornale americano di Chicago
  • TASTE OF ITALIA, un periodico nazionale pubblicato in California
  • AMBASSADOR MAGAZINE, il periodico della Fondazione Nazionale Italoamericana a Washington, DC;
  • NEW HEMPSHIRE HOME
  • BOSTONIANO, un giornale italoamericano on-line.

CITAZIONE  per PREMIAZIONE:

A Mary Ann Esposito il Premio Artusi 2013 per la straordinaria opera di diffusione della cucina italiana negli Stati Uniti d’America. Sia attraverso la produzione televisiva sia attraverso le numerose pubblicazioni il lavoro è volto al recupero della migliore tradizione territoriale e alla valorizzazione della cucina domestica, al cuore della mission di Casa Artusi.

Le domande e i dibattiti hanno avuto due distinte e precise parti:

–   Innanzitutto l’incontro durante la prima fase quella dedicata a noi ospiti. Poi, la seconda fase, ha visto il cerimoniale nella  bellissima ex “Chiesa dei Servi”

Il Sindaco di Bertinoro, Paolo ZOFFOLI, ha presentato Mary Ann e subito ha simpaticamente  modificato il nome in “Marianna”.

L’evento-clou, come ha spiegato il Sindaco, è la ben nota Festa Artusiana che avviene ad agosto e la cui premiazione viene effettuata dopo un mese, cioè in settembre. Mary Ann firmò 3 anni or sono a Forlimpopoli  un accordo di collaborazione atto a diffondere il cibo italiano nel mondo: si denota quello di cui stiamo parlando, anzi non è più “casuale” ma finemente programmato, sviluppato nei minimi particolari. Un meccanismo studiato a tavolino? Presente con Mary Ann suo marito oltre ad una lunga corte di personaggi tutti americani, inclusi un cappellano (cattolico), personaggi che scopriremo essere anche dell’entourage della televisione che narra, a suon di dollari, le vicende gastronomiche italiane.

Mary Ann fa questo mestiere da ben 25 anni;  da 22 segue “Ciao Italia”. Mary usa spiegare il cibo italiano una regione alla volta.

may ann4Mary Ann, qual è il suo cibo preferito?

 

“Cappelletti in brodo di cappone” (un ottimo piatto decisamente invernale). Ma anche il minestrone fatto alla domenica e quindi riutilizzato nei 2 giorni a seguire”

Come ha fatto ad irrompere negli USA la cultura del nostro cibo?

“Noi abbiamo un metodo specifico ma tutto il cibo viene messo in un piatto unico!” 

Poi, fuori tema, Mary mi dà un cenno sul vino che sarebbe “mal utilizzato” negli USA, non tanto per pasto quanto per altre occasioni. Insomma il vino in America è una cosa a sé stante e ha utilizzi svariati.

Il vino presente in tavola??? Non come da noi dove il buon vino, specie quello delle serie Cantine Sociali serie (lo scandalo del Vino al Metanolo è nato dai piccoli produttori delinquenti, nda), quindi vino sfuso come ben enfatizzato sia dal Maestro Veronelli, che dal bravissimo Petrini di Slow Food vino quale “fonte economica e sociale”. No, ciò negli USA non esiste questa cosa che è prettamente dedita nel nostro paese ed in Francia.

 Come vede il marketing del cibo in Usa?

 “Loro mangiano male, anzi malissimo, troppo grasso troppo dolce” . Io ho aggiunto “troppo salato” adducendo al fatto che le aziende alimentari mettono troppo sale alla fonte per mantenere il cibo: ciò si tramuta in deleterie conseguenze per il nostro organismo, avremo un eccesso di sale con tutti i malanni a seguire, esempio gli infarti del caso. In realtà la Mary sul marketing non mi ha saputo rispondere per nulla ed è forse logico che lei non sappia che le maggiori multinazionali USA siano colpevoli del degrado alimentare che ha dimensioni e proporzioni planetarie.”

Che effetti pensa che avrà sulla gente i fatto che il governo Obama ha incentivato la guerra agli obesi?

 “Resta il fatto che negli USA non si sappia mangiare, il cibo cosiddetto della cultura dieta-mediterranea, è alla portata di pochi sia perché è caro sia perchè solo una minoranza di americani  si avvicina, anche culturalmente, a questo tipo di mangiare”

 Come vanno i ristoranti italiani negli USA?

 “Essi godono di ottima posizione ma questo tipo di cucina risulta molto cara”;

In America si riesce a “riprodurre” bene un buon piatto italiano? Questo lei tenta di fare nella sua trasmissione televisiva…

 “La trasmissione è rivolta a chi è in casa. Ad esempio negli USA è difficile trovare i formaggi freschi, es. come lo squaquerone…le cose fresche non si trovano. Quindi la cucina USA , come specialità italiane, utilizza solo prodotti “Made in USA”!!! Perciò i sapori dei cibi saranno evidentemente diversi da quelli tradizionalmente italiani.”

Pierluigi Arpinati

Ancora grazie

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E’ stata una bella serata quella di ieri. E’ stata la serata in cui il mio giornale è diventato ufficialmente una realtà.  Di più : una bella realtà, apprezzata da molti. Il fatto che sia nato in sordina ve l’ho confessato qualche giorno fa, ma quello che forse non vi avevo confessato è che è nato dall’amore.

Tre giorni, mille saluti: un solo grazie. Il mio.

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E’ un dato di fatto incontrovertibile come sempre lo sono i numeri : in tre giorni siete stati in mille a visitarci, idealmente a darci il vostro benvenuto ed il vostro saluto. Eppure il mio giornale è nato in sordina: noi che lo abbiamo “gestato” di certo lo abbiamo sentito molto, ma sappiamo di essere arrivati un po’ in ritardo, perchè spesso succede così che vengono in mente altre idee, altri dettagli, altri particolari, persino altri colori.

Editoriale

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In editoria, come in molti altri settori tra i quali la cucina, non c’è più nulla da inventare.

C’è casomai da fare e da rifare cose che tanti altri prima hanno fatto e fanno, cercando se possibile di farle meglio o quantomeno di farle bene.