EDITORIALE. LA TERRA NON TRADISCE? LE LACRIME DEI COCCODRILLI

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L’Italia, e per quanto ci riguarda direttamente, la Sicilia, è sempre stata a forte vocazione agricola.La crisi punta sul rilancio dell’agricoltura. La Sicilia, nello specifico, solo da pochi anni ha scoperto il vero potenziale ed il vero valore del turismo ed ha abbandonato, almeno apparentemente, l’idea del turista mordi e fuggi.

In altre parole, ha deciso di smettere di spennare il turista e di non considerarlo più meramente “di passaggio”, puntando invece alla fidelizzazione. Pur tuttavia, sebbene in presenza di strutture con altissimo potenziale, molti servizi rimangono carenti a fronte di costi decisamente troppo elevati, e il personale è generalmente poco istruito al turismo.Prima però di accorgersi del turismo, l’isola – che non ha mai potuto contare su un terziario particolarmente avanzato – aveva nell’agricoltura uno dei suoi cespiti più ingenti con produzioni ortofrutticole di ottima qualità, ma non solo. La campagna siciliana, tra le più generose, ben presto ha subito un progressivo e costante abbandono: la gente si è accorta del turismo e sono arrivati i palazzinari a togliere braccia alla terra per dedicarle alle costruzioni, più o meno selvagge. Gli speculatori edilizi, spesso foraggiati dalla mafia se non mafiosi in prima persona, hanno reclutato nelle campagne braccia forti e manovalanza a basso costo ma , inevitabilmente, anche poco specializzata secondo il principio edonistico del massimo conseguimento con il minore impegno ( in questo caso economico).

Ed ecco che le campagne si sono via via spopolate. I campi e le colture sono divenute terra di nessuno: e gli agricoltori sono diventati squadroni di muratori, carpentieri. Masserie abbandonate, fattorie in degrado, casali deruti: questa è stata per diversi anni la cartolina delle campagne siciliane. Tranne poche eccellenze che sono sempre rimaste imperterrite a tenere a fatica una bandiera battuta da mille venti. Non abbiamo mai perso di vista l’uva da tavola per eccellenza, la canicattinese Uva Italia, come è rimasta saldamente presente l’arancia di Ribera, la Washington Navel, o la pesca di Bivona, o la fragolina di Marsala, o il pistacchio di Bronte, piuttosto che il cappero di Pantelleria. Casi di sporadica eccellenza.Ma il più delle colture è stato estinto anche per una questione di costi e di concorrenza estera insostenibile. Ora si registra un’inversione di tendenza clamorosa, complice la crisi e le paure di inizio secolo che parlavano prima di sciagure e glaciazioni e che adesso – e molto più in concreto – paventano miseria e vacche magre. Anzi, niente vacche tout court.Oggi il governo ci dice che la nostra salvezza sarà la terra.

Ora c’è la corsa agli appezzamenti, ai poderi: alle olive buone, all’olio sublime, al prodotto agroalimentare a chilometro zero. Il costo dei ruderi è alle stelle. Ovvio, è la nouvelle vague.
Ora tutti si riempiono la bocca di parole che sembrano dei neologismi: come “filiera” per esempio. A chi è mai fregato nulla della filiera sino ad una manciata di anni fa? A nessuno: anzi, a molti faceva vergogna persino il “confessare” di andare a raccogliere i capperi nella propria campagna durante le ferie, piuttosto che andare in lussuosi alberghi eoliani a trascorrere le vacanze. Ora la terra è trend, è moda. Diventa uno status quasi quanto un abito firmato o una borsa griffata: se non hai a che fare con la terra, e se non produci almeno l’olio per te e la tua famiglia, sei un signor nessuno. Ora, insieme alla macchinona, al vestitone e alla borsona, ti occorre avere un podere che ti fornisca vino, olio, formaggi, ortaggi biologici. Oggi la parola sulla bocca di tutti è “biologico”.

Gli albergoni delle varie riviere e dei vari arcipelaghi sono stati lasciati ai “vecchi”: i giovani rampantini vanno in sella tra i poderi, hanno i muletti e le ceste di olive pronte per la spremitura. Ed intanto esaltano gli agriturismi: posti generalmente spartani, asfissiati da imenotteri di ogni genere e dalla cucina semplice, che prima non avrebbero neanche lontanamente preso in considerazione. Adesso il siciliano muore dalla voglia di sposarsi in masseria, di dare una festa in fattoria e di trascorrere le vacanze spalando sterco animale in questo o quell’agriturismo. Chiedendo ad uno dei componenti del vippaio siciliano dove trascorrerà le ferie d’agosto, sempre più spesso la risposta sarà ” facciamo le due centrali in agri”. Prima era la barca, poi era il club privato sul mare, poi ancora la grossa struttura normalmente di brand americano, o la sempiterna Taormina insieme a Capri e alla Costa Smeralda. Oggi la vacanza del vip dell’ultim’ora è l’ “agri”: segno dei tempi? Forse. Ma anche segno chiaro del fatto che basta poco a sopportare la puzza sotto il naso.  Insomma, il siciliano di trent’anni e dintorni anela a fare tutte le cose che prima ha denigrato, talvolta rinnegando anche nonni e bisnonni. Questo fatto ha una forte matrice sociologica.
Vuoi che il siciliano ami qualcosa in modo viscerale? Digli che è di moda, digli che fa status, digli che è trend: digli che se lui non ce l’ha è tagliato fuori. Soprattutto fagli sapere chi lo fa già: e se c’è qualche nome accanto al quale è spiaccicato un titolo nobiliare, vero o presunto, ancora meglio. Sarà così che il siciliano, quello che parla con la “e” molto aperta” , tornerà alla terra: a patto che sia la sua, ovviamente.

E ad un invito a cena porterà una bottiglia di limoncello fatto con i limoni del proprio podere, o una bella vaschetta di ricotta freschissima delle sue pecore. Il popolo del Beluga di San Silvestro ora si pacifica di pane, salame e cacio: pizzicando anche qualche oliva qui e la.Prima parlava di storioni, adesso si diletta a parlare di “bio”, apprezzando oltre modo e misura un cibo che da piccolo aborriva: il panino imbottito di tante nonne e di tante zie. Ora quella diventa roba da gourmands.E tutti giù a parlare di tecniche colturali e di caratteristiche organolettiche, di terroir e di solfiti. Tutti a parlare di vigna e di vitigni,autoctoni e non, tutti espertissimi conoscitori di succo di vite e di tannini e di lieviti e quant’altro. E le donne? Il “vino rosa” : una balla spaziale messa in piedi puramente per questioni di marketing e di promozione pubblicitaria.Le donne espertissime di vino in Sicilia sono un manipolo di belle signore, quasi tutte molto giovani, che di vino non conoscono nulla ma che hanno studiato ed hanno saputo farlo.

Le eccezioni a questo che potrebbe sembrare un giudizio estremamente aspro sono davvero pochissime.
Non mi fido di chi mi porta per vigne con due dita di trucco sul viso, una Louis Vuitton a spalla e plateau francesi ai piedi: significa non aver mai raccolto un solo grappolo, ma aver fatto soltanto tesoro di ottimi manuali e di fortune familiari, prima abbandonate e poi rilanciate.
Le donne delle cantine servono a far parlare, ad attirare sguardi e curiosità, a scrivere qualche articolo e ad organizzare penose conferenze in rosa: tranne che per quei pochi casi di cui prima, il loro ruolo si esaurisce qui.
Potrei fare nomi e cognomi di vere imprenditrici e di finte conoscitrici, ma in fin dei conti poco mi interessa. In ogni caso, chi dovesse eventualmente sentirsi toccato in prima persona da quello che ho scritto, mi chieda pure lumi ed io risponderò.
Tornando al rilancio della terra, oggi si assiste alla corsa al podere con tanto – possibilmente – di struttura ricettiva annessa. Nomi più  o meno altisonanti hanno fatto da apripista a questa nuova avventura agroalimentare ed agrotutistica.
Dei vecchi contadini dalle grandi scarpe e dalle coppole di lana anche sotto il sole cocente non sanno nulla: forse raramente li hanno mai persino visti.
Ma va bene anche così: il business è business. Ed una cosa è sinceramente vera: la terra non tradisce, rimanendo generosa e fedele a sè stessa oltre che verso chi le dimostra amore.

Il popolo delle barche e dei grandi alberghi,delle grandi firme e dei club esclusivi, che non teme la crisi ma che intanto ne parla continuamente,forse deve proprio alla terra, alla quale ha iniziato a guardare con occhi carichi di cupidigia e bramosia da “ultima spiaggia”, l’acquisto del capetto firmato. Oggi.

Domani, forse, dovrà a quella terra la sua stessa sopravvivenza in attesa che passi la buriana. E poi? Forse poi sarà ancora uno sterminato campo di sterpaglie: quello che resta sempre di un amore finito.

Alessandra Verzera

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