Parola di Blogger: intervista a Sigrid Verbert

0
703

Parola  di blogger nasce dal’esigenza di raccontare il mondo della gastronomia attraverso gli occhi di chi, scelta voluta o cavalcando il momento, è riuscito a fare della propria passione un lavoro creativo, nuovo, per molti aspetti singolare (Ti.Ni.)

Nasce il piatto, cresce l’intenzione, si fotografa il momento e poi si approda al web, alla carta stampata, alla diffusione capillare del proprio modo di fare food. Ad inaugurare questo spazio la parola di una blogger d’eccezione: intervista a Sigrid Verbert de Il cavoletto di Bruxelles .

Come nasce “il cavoletto”, nel nome e nella voglia di raccontarti?

Il blog è nato come un luogo nel quale conservare ordinatamente i miei appunti di cucina. Avevo, anzi ho ancora un faldone pieno di ritagli e appunti e ogni volta che qualcuno mi chiedeva la ricetta di un piatto assaggiato in casa mia, era sempre un guaio ritrovare l’appunto in questione. Quando ho scoperto il mezzo blog ho pensato che potesse fare al caso mio, rendendo le ricette utilizzabili anche ad altri. La fotografia è arrivata subito dopo, quando mi sono accorta che mi piaceva l’idea che ogni ricetta fosse corredata da una foto magari un po’ suggestiva.

Italiana d’adozione, con la voglia di tenere la penna in mano, questa tua passione per la scrittura la intendevi in questa lingua?

No, però finire nel mondo italianofono è stato senz’altro interessante perché la lingua italiana è molto diversa dal francese, spesso e volentieri sembra più plastica, più aderente alla realtà nei suoni, nei concetti e nelle parole stesse. Dico il primo esempio che mi viene in mente, la parola ‘grattacapo’ è molto concreta,  diretta, quasi terre-à-terre e in francese non esiste un equivalente che abbia la stessa forza figurativa. Il francese lo vivo come una lingua più concettuale, che calza benissimo il pensiero. Quindi preferisco l’uno o l’altro a seconda delle situazioni e delle esigenze.

Ad un certo punto della tua vita lavorativa nasce “Il cavoletto di Bruxelles”. Il nome, il momento storico, il target dei tuoi lettori, tutte scelte casuali?

Tutte scelte assolutamente casuali. Il nome l’ho scelto perché i cavoletti sono uno dei pochi prodotti universalmente legati a Bruxelles e poi perché sono in qualche modo fortemente dicotomici: i cavoletti si amano o si detestano e ho riconosciuto in questo bipolarismo il mio caratterino. Il momento, il target, il tono o i contenuti, non sono stati mai oggetto di riflessione o di decisione. Ho sempre e soltanto cercato di fare ciò che piaceva a me, scrivere ciò che avrei avuto piacere di leggere. È vero che il blog ha una sua identità forte e che probabilmente anche il lettorato si può descrivere come un gruppo piuttosto omogeneo, ma tutto ciò si è costituito in modo del tutto naturale, un classico caso di affinità elettive direi.

In che cosa oggi è cambiato “il cavoletto” alla luce dei libri e del loro successo?

Tutto sommato poco. È ovvio che di cambiamenti ce ne sono stati, ma sono dovuti al fatto che il blog c’est moi, ovvero è una specie di one man show in cui scrivo e lavoro solo io, quindi è molto aderente a ciò che penso, faccio, vivo e mangio di periodo in periodo. E siccome il blog ha ormai 6 anni, è evidente che io in questi anni sono cresciuta, cambiata, ho viaggiato e assaggiato, visto certe cose e pensato altre. Quindi il blog si è evoluto con me, con le mie esperienze di vita e di lavoro. Sinceramente non credo tanto che i libri, il successo o l’allargarsi del lettorato, abbiano veramente cambiato qualcosa nel mio modo di cucinare o di scrivere. Scrivere un blog equivale ad esprimere curiosità, al piacere di condividere le piccole cose che mi entusiasmano in cucina, se non sentissi più questi sentimenti penso che smetterei perché non mi piace affatto l’idea di scrivere sul cavoletto per obbligo o mera abitudine.

Il 2005 sembra un anno di svolta, sembra segnare l’inizio di tutta questa corsa verso la gastronomia virtuale. Il tuo raccontare sapori coincide con questa data, è solo un caso?

Direi di si. Se ho iniziato il blog in quel momento, è semplicemente perché ho ‘scoperto’ il mezzo blog proprio in quel periodo. Ho aperto il cavoletto il giorno in cui sono finita sulla homepage della piattaforma Blogger, quasi più per vedere come funzionasse un blog dall’interno che per iniziare un progetto editoriale serio. Mi rendo conto che a dirlo ora sembra del tutto assurdo, ma in quel momento non sapevo nemmeno bene cosa fosse un blog. Sono diventata ‘foodblogger’ quando eravamo veramente in pochissimi, all’alba della blogosfera italiana. I blog hanno contribuito a spostare i discorsi intorno al cibo dagli attori istituzionali (carta stampata, tv ecc) alla gente comune questo perché mettono a disposizione di tutti, gratuitamente, una enorme quantità di informazioni e in più sono interattivi.

Un mondo sempre più popoloso, sempre meno disposto ad accettare la mediocrità, votato alla ricercatezza nell’espressione di ricette e parole a contorno. Essere food blogger oggi è?

Non saprei, anzi non sarei nemmeno sicura di condividere l’idea che questo mondo è sempre meno disposto alla mediocrità. Io penso che la blogosfera, per sua stessa natura, sia molto democratica, aperta, praticabile da tutti: si trovano blog di tutti i livelli, dal più al meno mediocre e ognuno attira i lettori che gli sono più affini, per gusti, educazione, aspirazioni e via dicendo questo perché ogni individuo sceglie in base alla propria predisposizione di leggere testi più o meno impegnati. Credo che anche la blogosfera sia lo specchio di questa varietà umana, di conseguenza essere foodblogger può significare molte cose e insieme nessuna. Personalmente quella di foodblogger è un’etichetta che non amo molto e che non rivendico perché per me il blog è un piacere, un divertissement.

Cosa consigli a chi come te, partendo solo dalla voglia di condividere la propria passione, spera un giorno di tramutare l’amore per la cucina in qualcosa di più? Qual è l’ingrediente del tuo successo?

Direi di non sperare di tramutare l’amore per la cucina in qualcosa di più. Ciò non vuole essere un modo per tarpare le ali a nessuno però, per com’è andata la mia esperienza, sono convinta che i blog ‘funzionino’ quando dietro c’è un entusiasmo genuino, quando non si calcolano lo sforzo e l’impegno e quando non ci sono intenzioni carrieriste. Se uno prende il blog per quel che è, ovvero una palestra in cui crescere, divertirsi, imparare, è possibile che con il tempo questo vada in qualche modo ad incrociarsi con l’attività professionale. L’ingrediente principale del mio ‘successo’ risiede nella testardaggine che mi ha spinto a fotografare e raccontare i miei piatti. Osservo spesso che i neo-blogger sperano di arrivare a grandi successi in tempi molto brevi mentre questo raramente accade, in compenso servono pazienza e perseveranza.

Oggi sei una donna conosciuta, una professionista, una mamma. Come dosi, nella ricetta che rappresenta la tua vita, questi ingredienti?

Al momento è difficile da dire, per me il lavoro è stato sempre molto importante. Tuttavia al momento mia figlia ha solo 20 giorni e impegna il 90% del mio tempo e chiaramente ci vorrà un po’ prima che le varie componenti ritrovino un equilibrio stabile. In tutte le cose l’importante è l’entusiasmo, in casa e sul lavoro e sono convinta che quando si è felici e stimolati in ciò che si fa, la mamma a tempo pieno o la foodwriter o qualsiasi altra cosa, lo si fa meglio.

Cucinare è? Mangiare è?

Cucinare è un esercizio zen, un momento in cui è facile svuotare la mente o al contrario meditare sui più svariati pensieri, tenendo le mani occupate in compiti spesso delicati. È anche un atto di amore, un gesto altruista, quando cucino è quasi sempre per una persona o un momento particolare e trovo molto bello poter riuscire a costruire un’atmosfera attraverso il cibo. Mangiare è un atto sociale, di condivisione. Per me il bello del mangiare è la tavola dove si riuniscono più persone, l’esperienza del condividere i cibi e nel contempo le parole, le storie e gli umori di ognuno. Ci sono molti altri aspetti nel mangiare però per me il più importante è quello conviviale: gustare in compagnia sapori gradevoli e stimolanti che ben si accordano con l’atmosfera del momento. È chiaro che mi capita anche di pranzare sola, di concedermi pasti sbrigativi, anche se non rinuncio mai al gusto.

 

Tiziana Nicoletti

Fotografie di proprietà de Il Cavoletto di Bruxelles: http://www.cavolettodibruxelles.it/