Bonarda-McDonald’s: un abbinamento illogico e da bocciare

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Le due serate di gala al McDonald’s di Stradella e di Pavia dedicate all’abbinamento dei due vini oltrepadani Bonarda e Moscato con il panino e il dolce del menù di Gualtiero Marchesi, stanno facendo discutere tutti, come emerge da Facebook, perché vengono giudicate un’assurdità dannosa

all’immagine e al posizionamento dei due vini sul mercato (M.P.A.)

STRADELLA. La definizione più gentile è stato: “una baggianata” come
detto su Vinoway da un piccolo produttore dell’Oltrepò su Facebook;
parliamo delle due serate di gala ad invito che il Consorzio Tutela Vini
Oltrepò Pavese (foto) ha organizzato presso le due sedi di McDonald’s a
Stradella e Pavia. L’iniziativa è stata definita dal Consorzio per bocca del suo addetto stampa, “un esperimento” per provare con qualcosa di innovativo, l’abbinamento dei vini oltrepadani per antonomasia, Bonarda e Moscato, con le creazioni di Gualtiero Marchesi (foto sotto) per la nota catena di fast food. E così il 26 ottobre a Stradella, il Bonarda è stato abbinato al panino Vivace, ed il 27 ottobre a Pavia il dolce Minuetto è stato abbinato al Moscato.

Una decisione, a quanto pare, presa senza aver consultato i soci del Consorzio e che invece, secondo il parere del vicepresidente del Consorzio stesso, Fabiano Giorgi, rappresenta un abbinamento tra grandi: «Marchesi è il volto della cucina italiana, McDonald’s uno dei marchi più noti, il nostro Bonarda è il vino più venduto in Lombardia». Sarà anche tra grandi, ma in effetti è stato un esperimento abortito dall’inizio se consideriamo il ritorno ironico che ha prodotto non solo in tanti cittadini oltrepadani ma soprattutto fra i produttori alcuni dei quali sono intervenuti pubblicamente esprimendo il proprio dissenso verso una iniziativa giudicata assurda. Da allora è stato detto di tutto, con commenti che spesso hanno esulato dallo stretto contesto dell’iniziativa per spaziare, come era prevedibile, nel campo della comunicazione e del marketing.

Daniele Calvi, piccolo produttore oltre padano, mette subito in chiaro il problema: «accostare la nostra povera Doc a McDonald’s, tempio del cibo industriale, della perdita di tradizioni e valori culturali sul piano alimentare, è quantomeno controproducente». A Damiano Raffaele viene da pensare «che il presidente del Consorzio sia un po’

autolesionista oppure dovrebbe leggere un po’ di quello che si scrive in giro per il web (…). Era proprio necessario ed economicamente strategico per i produttori dell’Oltrepò intraprendere questa strada?».

Già, è proprio questo il punto: un’iniziativa del genere è un abbinamento non solo azzardato per i vini dell’Oltrepò che mirano ad un rilancio d’immagine e alla riconquista di un mercato sempre troppo altalenante e affidato al caso, e non alla “scientifica pianificazione di comunicazione e di marketing”, ma addirittura deleterio, controproducente. E diciamolo pure, totalmente inutile.

Se lo scopo era quello di far parlare “comunque” di Bonarda e Moscato oltre che del territorio, questo obiettivo è stato indubbiamente raggiunto almeno nel contesto locale, vista invece l’irrilevante risonanza ottenuta all’esterno; ma poiché sarebbe giustamente impensabile che questo fosse il reale scopo dell’iniziativa, che probabilmente aspirava a cercare uno sbocco nuovo per far conoscere il vino ad un pubblico diverso, come avrebbe fatto capire il Consorzio nel difendere la propria scelta, l’errore di comunicazione è addirittura peggiore perché il coro di critiche levato non lascia dubbi: bocciatura piena.

Sia chiaro, nessuno ha bocciato i vini o persino i panini! Tutti però si sono detti contrari, con buona pace dei pochi sostenitori dell’iniziativa consortile, ad una commistione di realtà diverse, di espressioni di due diverse fette della società. Che c’azzecca, verrebbe da dire, il vino con i panini? Qui, è stato detto da qualcuno, si beve birra e coca cola, aranciata o gazzosa, mica vino! E in effetti, ce la vedete voi una persona che al drive, abbassando il finestrino, ritira il contenitore della bibita colmo di vino, con il coperchio e la cannuccia per berlo??

Perché non dimentichiamoci che questo è il campo di azione di un fast food, il mordi e fuggi, quindi un mangiare che non è frutto di un “pensiero” o di una scelta ragionata, ma che mira al consumo veloce, al “meno caro” per far sì che possa venire anche il ragazzino che riceve pochi euro di mancia dalla nonna per un panino con gli amici, come mostra una recente pubblicità, non certo un luogo per una scelta ponderata di un vino che si attagli al piatto e ne esalti le caratteristiche essendone a sua volta esaltato. E poi che dire delle feste per bambini che la catena tanto pubblicizza? Vediamo di far bere Moscato con le torte o Bonarda con i panini anche i piccoli festanti? O magari ai genitori

che li accompagnano?

Palese dunque, l’assurdità dell’accostamento fra due realtà che nulla hanno a che spartire, in un tentativo maldestro di imprimere forse un finto giovanilismo ad un brand percepito da alcuni un po’ “vecchio” per i gusti dei giovani, non sapendo pescare altro dal cilindro del marketing che formule che fanno il verso ad altre proposte realizzate altrove, come ad esempio a Birrart, ma con un taglio e una finalità completamente diversa, e in quel caso persino interessante e provocatoria. Qui, invece, la provocazione è arrivata tutta in faccia ai produttori molti dei quali, pure soci di quel Consorzio che così facendo ha dimostrato chiaramente da un lato di non tenere in alcun conto il loro parere e di scegliere pensando che il solo fare business – ma quale poi? – fosse sufficiente per prendere decisioni non condivise, e dall’altro di non avere capacità di comprendere le reali urgenze del territorio e del

marchio dei vini qui prodotti. E in effetti di marchio si tratta, perché stiamo parlando di vini Doc e Docg, di prodotti sottoposti a controlli e verificabili da fascetta ministeriale. Dunque, la promozione non è perdita di contatto con la realtà territoriale e lanciarsi senza rete in un circo, e senza considerazione per il ritorno d’immagine; al contrario, pianificazione significa gettare profonde e solide basi di contatti in anni di lavoro, e di coinvolgimento di tutte le forze presenti sul territorio, a partire da quelle che costituiscono l’essenza stessa, ovvero i produttori.

Ma torniamo alla contaminazione Bonarda-Moscato con i panini fast food.

Non sono mancati nemmeno i commenti degli enologi; uno di loro, Marco Bertelegni, che opera in un’azienda che da anni è attenta ad una promozione seria di un prodotto ormai assestato ai massimi livelli e pluripremiato, non risparmia critiche e sarcasmo all’iniziativa: «Non sono d’accordo vedere la Bonarda, già ammazzata da una serie di iniziative fallimentari, ad essere servita al McDonald a costi irrisori insieme a dei panini artificiali. Non è questo il modo giusto per far crescere l’immagine di un vino e di un territorio viticolo». E poi: «Mi sento più vicino al viticoltore che vuole vedere la sua bonarda alla trattoria o all’osteria, grezza più o meno che sia, ma con ancora la rudezza e la tradizione che caratterizza la nostra stupenda zona».

Ed un altro giovane sommelier, Luca Bergamin, aggiunge: «I nostri gioielli mettiamoli vicino ad un salume Dop o valorizziamoli sia con grandi cucine che con cucine territoriali (…) e cardine inscindibile per un consorzio è la promozione ma la stessa va fatta non solo in Oltrepò o a Pavia ma altrove, ovunque nel mondo». Simona Armillei richiama alcuni post del giornalista enogastronomo Franco Ziliani (foto a lato) che su millebolleblog.it si chiedeva se l’Oltrepò fosse presente nei ristoranti pluristellati. E aggiunge: «Il consorzio promuove il suo vino al Mc??? Fra poco e a questi livelli – pagamento uve e Mc -, il Consorzio dovrà coltivarsi da solo i vigneti dell’Oltrepò a causa delle elevate spese che i vignaioli devono affrontare».

Dunque da qui al “fuori dal Consorzio” il passo è sempre più breve. Damiano Raffaele sostiene che «in Oltrepò quando capita che si parla del Consorzio con certi produttori, non esprimono solo dei normalissimi disappunti (come è giusto che sia) ma un vero e proprio odio, espresso con rabbia e, con termini molto duri. (…) Mi viene da pensare a due cose: o i produttori dell’Oltrepò hanno dei seri problemi psichici, oppure effettivamente c’è qualcosa che non va nel loro Consorzio».

Cresce dunque il numero dei produttori scontenti verso il Consorzio e in disaccordo con le sue decisioni; e anche questo emerge dalle dichiarazioni sul social network: non lo sentono più come proprio rappresentante. Non è cosa da poco, infatti, che in diversi commenti su blog di giornalisti e blogger del settore sia emersa come una volontà “carsica” di abbandonare un Consorzio percepito come non più testimone della realtà di questo terroir per ritrovarsi in gruppi associativi più contestualizzati e promettenti per zona e produttori. Un esempio di quali prospettive potrebbero esserci, può essere tratto dall’Associazione della Valle del Riesling, un’idea che ha unito

marketing e tradizione di produzione enologica per la diffusione di un brand considerato difficile dal mercato fino ad una quindicina di anni fa, il Riesling, un vino che a sentire i buyers, nonostante le sue caratteristiche, allora non vendeva. Ora non è più così.

«Il punto è proprio che non abbiamo fiducia nell’istituzione consorzio perché non fa i nostri interessi e non abbiamo nessun potere in termini decisionali per cambiare questa situazione» scrive un altro piccolo produttore. E ancora Bertelegni commenta: «Ormai sono sempre più convinto che tante aziende serie con l’obiettivo della qualità, non possono appartenere ad un Consorzio che promuove la Bonarda al McDonald e che sostiene un disciplinare antiquato fatto per chi produce e commercializza vini da cisterna. La Bonarda è il prodotto simbolo dell’Oltrepò, ancora prima di Pinot e Riesling, e vedo sbagliato che un Consorzio promuova questa iniziativa suicida. Anni passati si promuoveva la Bonarda col caciucco, era partita l’iniziativa Bonarda Style… oggi si va al Mc… ma nessun risultato positivo. Piuttosto che ci vadano Giorgi o la cantina sociale al Mc, ma da singoli produttori e non in rappresentanza di un Oltrepò degno di vantare una cucina tradizionale da far invidia a qualsiasi altro territorio».

Dunque un Consorzio garante appare sempre più un sogno, o addirittura una utopia, come sostiene l’enologo Bertelegni concludendo amaramente che «facendo così non valgono nemmeno più niente le varie Doc e Docg (sempre più reclamizzate ed esaltate con tanto di fascette e bollini da chi vende ad 1!). Oggi le aziende devono contare sulle proprie forze, diffondendo un loro marchio che rappresenti garanzia e qualità». Ed una simile considerazione poco si attaglia ad una iniziativa che secondo l’addetto stampa del Consorzio, dovremmo tutti considerare divertente e sdrammatizzante.

Certo è che se in alternativa al Mc, il massimo che si pensa di fare per promuovere il territorio, come ha detto in un passaggio il Consorzio attraverso il suo addetto stampa, è organizzare «un ciclo di serate Bonarda in locali tradizionali del nostro Oltrepò Pavese, ora diamo la stoccata con la ristorazione tradizionale (specie in via d’estinzione e da tutelare)», significa vendere per nuove, cose in realtà già fatte, e da altri. La Strada dei Vini e dei Sapori, infatti, aveva realizzato iniziative come “Agnolotto e Bonarda” che ora il Consorzio sembra voler far passare come proprie quasi avesse scoperto chissà che novità!

E allora avanti con l’ora dei dilettanti allo sbaraglio… e proprio questo marketing dilettantistico emerge sempre più da iniziative come il Mc al Bonarda e al Moscato, dove invece di potenziare il brand “vino” appoggiandosi a marchi non invasivi per non offuscare la visibilità del vino, si fa esattamente il contrario rendendo succubi del fast food, due vini che sono invece emblema storico della terra oltrepadana e vitivinicola. Iniziative che non si appoggiano ad una filosofia come quella che sorreggeva progetti quali Bonarda Style o Bonarda e Caciucco a Viareggio rivolti a riposizionare un vino leggero ed effervescente come il Bonarda creando un brand autonomo. Proprio questo dilettantismo potrebbe favorire l’uscita definitiva di aziende dal Consorzio.

Miriam Paola Agili

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