A Favignana fu mattanza, ma da due anni non è più

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faviOrmai è storia quella che giace all’ombra di un porticciolo turistico ove attraccano imbarcazioni di lusso, piccoli yacht, vele, bagnarole fantasiose e barchette intrise dell’odor di pesce. Lasciato l’ormeggio trapanese ci si spinge per poche miglia in mare, tali da poter essere contate sulla punta delle dita, e scorta la Formica  – la più piccola delle Egadi – osservati i bianchi gabbiani nidificare sullo scoglio di Maraone, la rotta viene indirizzata a Favignana ed a quell’isola maggiore.

Sull’arcipelago delle Egadi soffia il caldo vento Favonio, da qui il nome della maggiore di quelle sorelle, il timone prende onda e il mare rispecchia il riflesso di tutti i popoli passati nel tentativo di conquistare le petrose coste, crocevia di un Mediterraneo in continua evoluzione.

È stata paragonata ad una grande farfalla sul mare, per via della sua forma raffigurante la magnificenza di un volo ad ali spiegate, Favignana appartiene alla A.M.P. (area marino protetta istituita con D.M. nel Dicembre 1991) ed oggi è meta di turisti, ed è oggetto di molteplici interessi: dalla vela, complici i venti che spirano incessanti, alla pasca sportiva, la pesca professionale, la balneazione, le immersioni e la cucina di mare fatta di sapori unici come gli spaghetti con i ricci, il cous cous di pesce, la bottarga di tonno e tutta la fantasia che un buon pescato concede al lusso d’un palato d’appagare. E come ogni perla in mare che si rispetti, Favignana ha fondato la sua ricchezza su poche piccole certezze: l’agricoltura, la pesca, le cave di tufo ed oggi il turismo. Il tufo rappresenta il passato dell’isola, raccolto ed esportato in tutta la Sicilia e nel Nord Africa. La pesca invece è argomento sempre attuale eppure lungamente discusso quando la più grande attrattiva, la mattanza, non ha più luogo ed ancora se ne avverte eco.

 Già apartire dalla metà dell’800, l’isola lega la sua prosperità alla famiglia Florio che spinge per la costruzione della tonnara. Il tonno diviene ricchezza e simbolo dell’isola. Questa porzione di mare rappresenta un luogo ideale per la procreazione di questi pesci così, tra la metà di Maggio e l’inizio di Giugno, lungo le coste settentrionali della Sicilia passa il corteo dei tonni. In branco sfilano davanti le reti che formano una sorta di muro, labile e tenue eppure, per i tonni, dall’aspetto invalicabile. Questi grandi pesci vengono incanalati verso quella che viene definita la camera della morte. I tonnaroti, capitanati dal Rais, procedono nella perpetrazione di quella antica arte di una lotta in mare, lotta per la sopravvivenza, la prevaricazione di una specie su ogni frutto delle natura. Tra preghiere propiziatorie, canti e nenie, le reti vengono issate dai pescatori fin quando i tonni fuoriescono piano dall’acqua in un macabro gioco di guizzi e spruzzi, di acqua e sangue. La camera della morte diviene un “coppo”, una leva che issa i tonni verso la superficie del mare lasciandoli dibattere come schegge impazzite, lasciandoli provare quel tentativo di una via di fuga che serve solo a spossarli ancor di più. E in questo momento i tonnaroti pronti fendono i loro arpioni in un massacrante finale mozzafiato. Un ritorno alle origini più cruente dell’esistenza non solo umana: il forte che prevarica il più debole, la necessità di nutrirsi che impone parti da recitare tra il predatore e il predato. Ma non è forse naturale? La vita dei tonni si spegne e scolora il mare di quell’azzurro cristallino e limpido. Di rosso purpureo, non più adamantine, si tingono le acque dove i tonnaroti terminano il rito, taluni intorno elle prede disfatte e taluni gettandosi tra quel quadrato di mare assetato di vita.

Un tempo non troppo passato i tonni venivano trasportati alla tonnara e lavorati, poi venduti in parti, preziose stille di pietanze in divenire. Ma il tonno ormai appare come merce rara, non v’è più l’abbondanza di un tempo eppure a Favignana si è vissuto di questo così a lungo da narrare oggi la leggenda di quel rito. Da due anni non si fa più, la mattanza si chiude dentro i capitoli sgualciti di una storia a raccontare. Non è più dunque e in parte ciò è dovuto all’inquinamento che non ha risparmiato quelle linde coste, parte alla voracità orientale che vede i fratelli giapponesi calare reti a catturare i pesci ancor prima del loro arrivo in quelle insenature naturali.

E poi il turismo, le navi, il rumore delle eliche e tutto svanisce come i guizzi selvaggi di quelle pinne argentee che d’un tratto smettono di agitarsi mentre la vita scivola via… e via scivola anche una tradizione millenaria. È giusto piegarsi a tale evoluzione? O sarebbe forse il caso di chiamarla involuzione? E di Gaia, madre terra, avvertiamo spasimi di dolore.

 

Tiziana Nicoletti

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