“Festa” dei Morti: Tradizioni a Confronto

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L’espressione che si può leggere nel volto di qualsiasi persona “non palermitana” quando sente parlare di “festa dei morti” è di certo lo sgomento unito spesso alla disapprovazione più o meno tacita. Infatti, normalmente l’idea della morte è associata al lutto, alla tristezza e al dolore. Ma per i palermitani la commemorazione dei defunti assume i colori e i sapori di una festa le cui origini si perdono nella notte tempi. Origini, curiosità e alla fine la ricetta del dolce tipico di questa occasione: la frutta di martorana.

Il lutto da sempre si associa alla tristezza e al dolore. Basti pensare che nell’antica Grecia e nella Roma classica il canto funebre veniva affidato a lamentatrici di professione, le cosiddette prèfiche, che venivano pagate per piangere, urlare, strapparsi i capelli e, addirittura, graffiarsi il viso, seguite da un corteo di mimi e danzatori. Vestite di nero e calze bianche, tra grida di dolore e strofe che celebravano le qualità del defunto, avevano il compito di vegliarlo e di accompagnarlo lungo il corteo funebre. Ma poiché per i palermitani, si sa, santu ca veni, festa ca fai, la ricorrenza dei defunti si trasforma in un vero tripudio di luci, colori e sapori che ben poco ricordano la mestizia di un giorno dedicato alla commemorazione dei propri cari estinti.

In realtà, se si pensa che persino all’interno delle tombe paleocristiane rinvenute nei sotterranei di Palermo sono state trovate nicchie deputate al “rinfresco” con la duplice funzione di fungere da “conforto” dei parenti che andavano ad assistere alle esequie e di assicurare provviste al defunto nella sua vita ultraterrena, si può ben capire quanto sia ancestrale e radicata nella cultura siciliana l’idea che il cibo possa superare anche i confini della morte. Quale modo migliore di farlo, visto che il “forte” dei  palermitani è proprio la cucina, se non attraverso la preparazione di piatti dolci e salati in grado di, giusto per essere in tema, “fare resuscitare i morti”?

Ecco che nell’ultima settimana di ottobre, che precede la festività, i bar e le pasticcerie iniziano a riempirsi di variopinti frutti di martorana (pasta di mandorle), pupi di zucchero, mustaccioli, nucatoli e ossa di morto e nei negozi comincia un assortimento illimitato di giocattoli (bambole, mobili, peluches, pistole, fucili e biciclette) che rappresenteranno i doni che i morti nella notte tra l’1 e il 2 novembre porteranno ai bambini. Contemporaneamente, come funghi, per tutta la città compaiono ad ogni angolo di strada le bancarelle illuminate da grappoli di lampadine scintillanti che incorniciano gli stessi dolci che si trovano nelle pasticcerie più rinomate, ma di fattura più grezza e proprio per questo ancora più caratteristici con colori più accesi, a volte innaturali. Ma è proprio questo eccesso a renderli unici. Degni compagni dei castagnari, sin dalla prima pioggia settembrina indiscussi re della strada, i venditori ambulanti dispongono sulle loro bancarelle ogni sorta di dolciumi e leccornìe per offrire ampia scelta a ciascuno nella composizione del proprio cannistru, ovvero un cesto contenente tante varietà di goloserie da consumarsi nel giorno della festa.

La mattina del 2 novembre  i bambini iniziano una “caccia al tesoro” che avrà come esito un cesto colmo di dolciumi e giocattoli raccolti per casa:  i frutti lucidi e colorati, cioccolatini dalle cartine iridescenti, caramelle a forma di spicchio d’arancia e di limone, gommose ripiene di liquirizia a forma di banana, e  pupi di zucchero dai colori scintillanti. Con un simile “ bottino” come si fa ad avere paura dei morti? Immancabile poi per il pranzo la classica muffoletta, ovvero una pagnotta condita con pomodoro, ricotta, olio, sale, pepe, origano, parmigiano e acciuga, accompagnata da frutta di stagione come le caldarroste, melograni, loti, carrube, datteri, fichi secchi e i cosiddetti “murticeddi”, ovvero piccoli frutti verdi dal sapore aspro, ma gradevole.

Per i lettori di Scelte di Gusto che volessero cimentarsi nel tradizionale rituale della realizzazione della frutta di martorana “fai-da-te” riportiamo la facile ricetta.

Frutta di martorana

Ingredienti (circa 30 frutti)
1 kg di farina di mandorle
½ kg di zucchero a velo
4 cucchiai di glucosio
2 fialette di essenza di mandorla amara
8 cucchiai d’acqua
Stampini di gesso di diverse forme
Farina
Colori alimentari
Lucidante alimentare

Preparazione
In una ciotola mescolate la farina con lo zucchero a velo, aggiungete quindi il glucosio, le fialette di mandorla e, infine, i cucchiai di acqua. Cominciate a fare amalgamare tutti gli ingredienti aiutandovi con un cucchiaio di legno e, quando vedrete che l’impasto comincia a “prendere corpo” continuate a lavorarlo con le mani su un ripiano liscio, avendo cura di raccogliere tutte le briciole che si staccheranno dal composto. Quando avrete ottenuto una consistenza liscia, uniforme e leggermente oleosa, tagliate il composto in tante parti quante sono i tipi di frutti da realizzare. Cospargete gli stampini di farina per non fare attaccare il composto e inserite, esercitando una leggera pressione, la dose di pasta di mandorle necessaria per riempire ciascuno stampo. Una volta staccati “i frutti” con delicatezza, lasciateli asciugare almeno 24 ore. Procedete con la colorazione cercando di ottenere colori tenui e simili a quelli reali. Fate asciugare per altre 24 ore. Infine, lucidate tutti i fruttini con il lucidante tranne la “pesca” che è l’unico frutto che nella tradizione palermitana rimane opaco.

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