A Trieste, un pranzo Al Settimo Cielo

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In una placida giornata di fine estate, per scampare al caldo canicolare della città, mi rifugio con un’amica sul Carso triestino, a Monte Grisa, che a dispetto del nome è solo a 350 metri sul livello del mare, ma in mezzo ai boschi, il ristoro è sicuro. Questo, il crinale carsico su cui si erge imponente il Santuario di Maria Madre e Regina, che imponente domina su tutta la città di Trieste e il golfo (E. Ri.)

Come per ogni santuario mariano che si rispetti, anche questo ha la sua ragion d’essere su un fatto miracoloso e l’ex voto che ne è seguito.  La chiesa vera e propria, molto particolare, è a due piani e inoltre, a ridosso di questa c’è il ristorante equo e solidale, “Al Settimo Cielo”,  il bar e un negozio con articoli religiosi e non. Arriviamo qui per pranzare, ci piace l’originalità di un ristorante in un santuario e poi, c’era un gran caldo per restare in città.

Il presidente della Cooperativa Sociale di commercio equo e solidale La Melagrana, nonché responsabile del Ristorante, del bar e della bottega, Salvatore Pilato, racconta volentieri anche noi come fa con tutti, pellegrini e turisti, la storia del Santuario.

“Siamo nel 1945, più precisamente nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio del 1945. Nel resto d’Italia la guerra è già terminata ma Trieste è ancora occupata dai tedeschi che, hanno minato il porto, pronti a farlo saltare. Di contro, in mare, schierata nel Golfo per impedire ai tedeschi di andarsene, c’è la flotta alleata. Sul Carso, dalla parte opposta, ci sono i partigiani di Tito. Il comandante della flotta alleata come anche i partigiani, pensano di chiuderli in una morsa sulla città, dal mare e dal Carso.

Il pomeriggio del 30 aprile c’è un incontro tra il comandante in capo delle truppe di occupazione tedesca e Monsignor Santin, allora vescovo di Trieste; in quell’incontro Monsignor Santin viene a sapere che con ogni probabilità il porto, quella notte, sarebbe stato fatto  saltare in aria, per permettere la fuga dei tedeschi durante la confusione che si sarebbe creata. Monsignor Santin tornato nel suo alloggio toglie dal suo breviario l’immagine di Maria che usava come indice ai vespri di quel giorno, e sul retro ci scrive il voto: ‘Cara Mamma, oggi i miei fratelli uomini hanno deciso di distrugger questa mia bella città e io non so più cosa fare. L’affido al tuo amore materno e, se riuscirai a salvarla cercherò di costruire per Te una chiesa, tuo figlio Antonio.’

Quella fu  la sera in cui i tedeschi per cancellare le tracce del campo di concentramento e del forno crematorio, fecero saltare la risiera di San Sabba  ma, senza apparente motivo, cominciarono a sminare il porto. Gli alleati, visto quest’atto, decisero di lasciarli andar via senza attaccarli e, quando i partigiani scendono in città non li trovarono più.  Così, la mattina dopo, primo maggio 1945 Monsignor Santin venne svegliato e avvertito dal suo segretario che i tedeschi se ne sono andati senza colpo ferire.

‘Sapessi cosa ho sognato: due grandi vele bianche che si incrociavano a formar la M di Maria. Venivano giù dal costone carsico e si poggiavano sul Golfo di Trieste in tempesta, placandola’ rispose Monsignor Santin. Questa la storia che si legge anche nelle cronache diocesane del 1945.

Santin raccontò del voto e del sogno al suo amico, Monsignor Strazzacappa, amico dell’allora nunzio apostolico,  Cardinale Angelo Roncalli. Questi, diventato papa Giovanni XXIII,  nel 1959, su suggerimento di Strazzacappa, pensò di realizzare il Tempio con l’interesse nazionale e consacrare tutta Italia al cuore materno di Maria.

Parte allora quel che è stato chiamato ‘il pellegrinaggio delle meraviglie’, con la statua, copia dell’immagine della Madonna di Fatima, ora nel Tempio di Monte Grisa, che percorre tutte le parrocchie di tutte le diocesi d’Italia; con le offerte verrà costruito questo Santuario Nazionale a Maria Regina. Nazionale, in quanto è stato costruito con il contributo di tutte le parrocchie d’Italia sotto il coordinamento della conferenza episcopale italiana, oggi il Santuario è gestito dagli Oblati del Divino Amore per mandato del Cardinale Vicario di Roma.

Quando chiesero a Monsignor Santin come costruire il Santuario di cui aveva fatto voto, lui ridisegnò le vele del suo sogno, la grande vela e la piccola vela che incrociate formavano la M. Ecco spiegata la forma della chiesa! Alta 45 metri, con il pavimento di 4000 metri quadrati e la struttura senza colonne, cioè completamente autoportante. Tutto intorno un ampio terrazzo panoramico, sulla città e il mare, tutto intorno i boschi di pini del Carso. Comunque – continua Salvatore Pilato –  la storia va avanti. Il primo maggio 1992 a questo Belvedere si affaccia Giovanni Paolo II, parla di confini tracciati da mano d’uomo, e quindi righe artificiali che dividono gli uomini. Dalla sua riflessione è tratta una preghiera, stampata su ogni cero del santuario: riflette su come, in questo posto, il punto più a nord del Mediterraneo, che divide gli uomini dell’Ovest da quelli dell’Est, gli uomini del Nord da quelli del Sud, sia arrivato il momento di farne un punto di incontro. Ed è questo il mandato che è stato fatto proprio dalla Cooperativa Sociale La Melagrana, per il ristorante, il bar, e la bottega col commercio equo e solidale, cioè  far in modo che le culture si possano incontrare, anche sul tavolo o al banco del bar.  La proposta che noi del ristorante portiamo è prima di tutto un servizio di accoglienza e un incontro di culture diverse, che avviene nei cibi.” Ci accomodiamo ai tavoli all’esterno, quasi in mezzo al bosco e chiediamo un suggerimento su cosa ordinare.  Ci viene consigliato un cous cous palestinese, con verdure spadellate e aromatizzate al profumo di Gerusalemme, con il pollo e panna al curry di Ceylon, tutti quanti prodotti del commercio equo solidale. Un piatto unico e sostanzioso ma con il caldo preferiamo altro.


Il tavolo è apparecchiato con delle tovagliette di carta stampate, che raccontano la storia della cooperativa. Portano il pane, e da bere. Io scelgo la birra scura con quinoa e riso del commercio equo e solidale, boliviana, anche se con l’aggiunta di riso di provenienza indiana; il gusto è importante e piacevolmente amarognolo. Avrei potuto anche ordinare del vino, fatto con uve coltivate su terreni confiscati alla mafia, ma col caldo la birra ghiacciata soddisfa di più. 
Come antipasto ci facciamo portare la collezione di formaggi locali abbinati a marmellate africane  e mieli sudamericani  del commercio equo e solidale. L’insieme di sapori e gusti di questi formaggi sia freschi che stagionati, dal pecorino del Carso al latteria della bassa friulana, mescolati  alle marmellate, da quanto ci piace ci ammutolisce finché non svuotiamo il piatto.

E poi andiamo sul tradizionale. Gnocchi di patate al pomodoro con verdure e basilico per la mia accompagnatrice mentre io prendo le tagliatelle con le vongole e il timo. La pasta, mi avvisano, arriva dai terreni confiscati alla mafia.

Alla fine ci concediamo un gelato. Gelato artigianale, ovviamente.

Il pranzo non è stato male, abbiamo apprezzato questo incontro, confronto, mescolamento di culture diverse che avviene a livello del palato. L’offerta del menù va dal classico all’esotico, e avremmo potuto ordinare saute di quinoa all’ananas e pollo (quinoa, ananas, pollo, cipolla, peperoni), ma anche dei nostrani gnocchi con goulash, le penne alla quinoa con salsa equo solidale come dei più classici fagottini con speck e radicchio rosso, o i calamari ripieni al cous cous

Più che altro, è particolarissima, anzi unica, la posizione: nell’area del Santuario e in mezzo ai boschi.

L’associazione ristorante, bar, negozio permette che molti dei prodotti assaggiati a pranzo (nel nostro caso le marmellate e i mieli, la birra, la pasta…) siano anche acquistabili lì, nella bottega equo solidale. Una bella comodità per chi vuol prendersi la briga di rifarsi a casa quanto mangiato, e senza neanche lambiccarsi su come fare perché sul sito del ristorante  http://www.alsettimocielo.org oltre al menù completo, sono riportate anche le ricette.

Sicuramente un’esperienza da fare per chi vuole cominciare ad aprirsi ad altre culture, partendo dal cibo.

 

Eleonora Righini

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