Prosegue il programma di internazionalizzazione dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino

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Con impegno notevole e soprattutto con azioni di marketing ben precise, il direttore dell’ente preposto alla valorizzazione del comparto vitivinicolo della Sicilia, Dario Cartabellotta, procede nella sua azione incessante di verifica dei mercati dove ci sono concrete possibilità di sbocco commerciale per i vini confezionati siciliani (Ni.Pa.)

Dopo anni di fiere negli Stati Uniti, in Cina, in Corea, all’Est ed po’ dovunque nell’Europa comunitaria ed extra comunitaria, ecco pubblicato sul portale dell’Istituto Vite Vino un avviso alle cantine riguardante le possibilità di aderire ad alcune vetrine mercato del Brasile, India, Paesi Scandinavi, etc.

L’azione prevede prima un invito a buyer e stampa dei paesi di interesse a venire in Sicilia per un primo incontro con le aziende vinicole interessate, quindi una valutazione delle richieste che perverranno all’Istituto da parte delle cantine stesse al fine di valutarne le effettive capacità produttive e qualitative per garantire tutti, in primis gli stessi produttori e poi gli importatori, che i vini possano essere di gradimento su quei mercati.

Le premesse sembrano ottime per rilanciare i vini siciliani presso nuovi mondi, dove fare business e  profit, specie in questo momento in cui sembra sia calato l’interesse nazionale per i vini made in Sicily.

L’interesse del consumatore evoluto per i vini siciliani è decisamente scemato per diversi motivi: non tanto per l’aumento di proposte scaturite da nuove cantine che sono man mano sorte col passare degli anni, ma certamente perché si è “volgarizzata” la proposta con l’immissione sui mercati del retail di prodotti a prezzi decisamente bassi, quasi sottocosto di produzione. Ecco che nei supermercati la clientela ha trovato bottiglie di Nero d’Avola anche al di sotto di un euro, i bianchi Grillo in confezioni dequalificanti, tipo le dame. Ecco spuntare marchi sconosciuti di imbottigliatori che, forti della dizione “IGT Sicilia” in etichetta, hanno proposto vini davvero imbevibili o quantomeno modesti. La cosa non è sfuggita ai più attenti consumatori evoluti,  frequentatori dei supermercati quanto coloro che bevono il vino badando solo al prezzo, i quali hanno pian piano orientato le loro scelte verso marchi più tranquillizzanti venduti in enoteca, quindi hanno ripreso a consumare i soliti Chianti, Barbera, etc.

Da una mia valutazione di questa situazione, avvenuta in seguito ai colloqui che ho avuto con alcuni enotecari di Vinarius, è scaturita una immagine devastante dell’interesse da parte del trade qualificato nei confronti dei vini siciliani: la loro considerazione unanime è stata che non sono più richiesti, che hanno ridotto le scorte negli scaffali, che hanno decimato le marche che distribuiscono. A fronte di tale crollo, pensiamo che la cosa più logica da parte di Enti e Consorzi di Tutela o associazioni tra produttori dovrebbe essere quella di pianificare una campagna di comunicazione a 360° rivolta ai consumatori affinché si riprende l’interesse per il consumo di vino siciliano cercando di fidelizzare gli stessi non tanto col prezzo, ma soprattutto con quei valori che nella buona sostanza fanno la differenza e quasi sempre segnano il successo dei prodotti commerciali. Il territorio, la natura, l’aspetto salutistico, tutti concetti che non possono non colpire l’interesse della gente che oggi cerca sempre di più un rapporto con la natura e le cose buone di una volta.

Tutto ciò per dire: stiamo pensando a conquistare i mercati stranieri ed abbiamo abbandonato quello domestico dove, ricordo, qualche anno addietro il Nero d’Avola ha avuto un vero e proprio boom e ha sorpassato il suo concorrente leader indiscusso, il Chianti, ponendosi sul gradino alto del podio. Tornando alle fiere all’estero. Siamo sicuri che ci sia davvero interesse da parte delle cantine siciliane per queste fiere dove si apre la bancarella e si aspettano i clienti, nel nostro caso gli importatori ? Per quanto ci riguarda, pare che a fronte di due o tre giornate di grande kermesse, gli incontri fattivi siano sempre ben pochi, molti i curiosi e immense le illusioni. A fronte di tutto ciò, i costi di partecipazione non sono definibili “contenuti”, ma spesso esageratamente alti e non alla portata di tante piccole aziende, spesso emergenti, che non possono permettersi spese esagerate.

Altra domanda: chi organizza questi eventi d’oltre mare ? Che garanzie offre al partecipante, oltre ad un posto a sedere e una scrivania dove appoggiare i propri vini in degustazione ? Dai risultati delle nostra piccola inchiesta tra le cantine traspare che ci siano poche garanzie, molti “forse” e parecchi i “non so”.  D’altronde ci rendiamo perfettamente conto che l’Istituto sta cercando di spendere in promozione i fondi OCM destinati alla promozione dei vini all’estro extracomunitario, somme che altrimenti andrebbero perdute, come pare sia accaduto già negli anni passati. Ma ciò non vuol dire certamente affidare somme ingenti in mano a gente che organizza fiere in maniera quantomeno approssimativa. E non tanto nell’organizzazione dei viaggi e dei soggiorni, per i quali basta rivolgersi al tour operator qualificato, quanto nel garantire chi partecipa un risultato quasi certo.

Siamo del parere, come fece il presidente Planeta alla fine degli anni ’80 quando diede il via al percorso che ha portato al successo i vini di Sicilia, all’epoca praticamente sconosciuti, che sia il caso di rivalutare le stesse soluzioni di allora. Quelle di formare una squadra di esperti con i quali inquadrare lo scenario commerciale internazionale di oggi e con i loro suggerimenti procedere pian pianino nel breve e nel medio tempo, a riposizionare vini che, in base alla lo esclusiva qualità, non hanno tema di paragoni al mondo.

Nino Panicola

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