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Il Dolce e il Crudo.

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erbazzoneNon so perché Gerusalemme fosse stata liberata, perché si erano Promessi Sposi Renzo e Lucia, perché Otello non chiudesse un occhio, o perché la Commedia era Divina… So solo che Parma era più grigia del solito quella mattina, l’odore del caffè che girava in una tostatrice stava riempiendo i Borghi del centro e le mie sbarre di Dicembre. Il centro di Parma ormai galleggiava, sprofondava e splendeva in un ammucchiata incestuosa di aromi e spezie, di bianchi e neri, di pantaloni blu e Kefiah: il Curcuma aveva fatto l’amore col Peperoncino e ora si stava concedendo lascivo al Cardamomo e nella mischia tentavano la sortita stagionature di Salame Felino e dorature di Erbazzoni.

Borgo san Biagio mi si presentò dolce e strano. La luce del sole si interrompeva sui tetti delle case e l’ombra si proiettava sui san pietrini e la strada era spaccata in due, metà piena di luce, metà piena di ombra. In fondo l’ombra fini sull’uscio aperto di una casa e dentro di essa, seduta su uno sgabello, una vecchia aveva accanto a se, su di un asse per impastare, piccoli pezzi di parmigiano già pronti e cavava cappelletti per il brodo dell’indomani, poi, arrivai in via Cavour.
polenta frittaPasseggiando e pasteggiando un futuro incerto mi accorsi che un barbone vendeva per pochi spiccioli tranci di frasi che scriveva su foglietti di un blocco notes
Presi uno di quei foglietti al volo da sotto unghie lerce di strada, e tintinnarono alcune monete nelle sue mani, c’era scritto:
“Non conta quello che mangerai stasera, conta solo se saprai gustarlo”
Tornai indietro dopo qualche minuto e mi sedetti accanto a Lui sul marciapiedi mettendo tra di noi una cartata di polenta fritta e Crudo di Parma.
Ci spiegammo, senza parlare, in mezzo a passi veloci, di quanto spesso la nostra sia una corsa a chi vince il primo premio di coglione.
Mi sorrise con i suoi denti marci ed ebbe senso quella voglia di comunicare che gli uomini cercano fino alla fine.
Gerusalemme era liberata da tempo, ce lo stavamo dicendo con gli occhi, la vecchia cavava cappelletti e continuava a morire metà nel sole, metà nel grigio.

Filippo Arcilesi

Pomodoro di Pachino: è allarme. Il prezzo è troppo basso.

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pachinoAllarme tra i produttori: la nuova stagione continua sotto il segno della crisi. Il Presidente del Consorzio Igp Fortunato:”Prezzi troppo bassi, così la nostra agricoltura rischia il collasso. La politica è chiamata a fare la propria parte”.

L’allarme senza mezzi termini proviene dai vertici del Consorzio Igp, che commentano i primi dati della nuova stagione agraria del pomodorino, prendendo atto di una crisi che si assesta sempre più a discapito dei produttori. In questo momento infatti i prezzi liquidati ai produttori sono molto bassi e si aggirano tra gli 80 e i 90 centesimi al chilo per un prodotto di eccellenza, anche meno per un prodotto convenzionale. Ad aggravare questo dato giunge la considerazione che sono sempre maggiori le quote di prodotto extracomunitario che arriva sui mercati europei a prezzi ridicoli. pachinoNei giorni scorsi il Consorzio ha incontrato l’ex ministro e attuale parlamentare europeo Paolo De Castro, a cui è stata rappresentata questa situazione che rischia di farsi ancora più critica alla luce del T.T.I.P. Il Consorzio comunque non si arrende di fronte alle difficoltà dei mercati e procede nella sua azione di valorizzazione e tutela. “Occorre insistere e non demordere – dichiara il Direttore Salvatore Chiaramidaanche se con la visita del Ministro Martina durante l’ultima campagna elettorale ci eravamo illusi di una sua vicinanza reale ai problemi dei nostri produttori, soprattutto quando parlava di Pachino come ‘esempio di laboratorio nazionale’”. “La verità è – aggiunge il Presidente Fortunato – che quando la politica si interessa veramente delle difficoltà del settore, i risultati arrivano. E mi riferisco all’approvazione del famoso art.62 sulla disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessioni di prodotti agricoli, voluto fortemente dall’allora Ministro Catania, che dimostrò certamente coraggio e determinazione. Oggi occorrono nuovamente atti concreti e urgenti come questo per cercare di salvare la nostra serricoltura dal baratro.

La “Piccola Cucina” arriva in Italia. Da Natale Giunta, il 20 dicembre.

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ciaccioferaDomenica 20 Dicembre si terrà a Palermo, presso il Castello a Mare – il suggestivo ristorante del noto chef palermitano Natale Giunta –  un’edizione speciale de “La PiccolaCucina”, programma di successo del Centro di Cultura Italiana di Houston (www.iccchouston.com) ideato, implementato e condotto, da Tiziana Ciacciofera Triolo, direttrice dei Programmi e del Marketing del Centro. Tiziana, Palermitana DOC si è trasferita a Houston quasi 5 anni fà ed oggi è punto di riferimento in Texas per la promozione delle tradizioni culinarie regionali Italiane.

castello a mareLa Piccola Cucina, programma unico, educativo, trasferisce non solo competenze linguistiche, ma anche la cultura del gusto e del mangiar sano. Ed è così che Tiziana Ciacciofera insegna Italiano e Cultura Italiana ai bambini Americani in Texas.

Natale-GiuntaQuest’edizione speciale nasce da un idea di Natale Giunta, Chef tra i più amati dal pubblico della trasmissione “La Prova del Cuoco” e tra i più noti dello scenario culinario Italiano, che attratto dall’aspetto educativo del programma, ha contattato e invitato Tiziana Ciacciofera a tenere una sessione proprio all’interno delle sue rinomate cucine.

Ormai il pubblico conosce bene la Ciacciofera, secondo voi, anche se in vacanza, si sarebbe mai lasciata sfuggire un’occasione simile?
Da quella prima chiamata le menti vulcaniche di Giunta e Ciacciofera si son messe subito a lavoro, hanno rimodulato l’obiettivo del programma e a Palermo, a suon di ciotole e mattarelli, s’insegnerà inglese e si parlerà di tradizioni culinarie americane.

I piccoli chef palermitani impareranno a fare la “Cinnamon Crumble Apple Pie” della quale ne apprezzeranno la storia e la tradizione che c’è dietro la realizzazione di questa torta tipica delle tavole Natalizie Americane.

Le arance e quello che abbiamo visto…

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arance…….SE LO DO’ ALL’UOMO NERO SE LO TIENE UN ANNO INTERO.…… era una cantilena di mia nonna, ……..”LO DICO ALL’UOMO NERO SE LO FAI ANCORA” era un monito di mia madre. Poi su Palermo gli inverni vennero ogni anno, mia nonna morì, ma le arance ad ottobre cominciarono a biondeggiare come sempre.

Le cassette erano di legno scuro e sottile, e le arance dentro le cassette erano rossissime, il cassone del camion era sporco, ed era sporca la saracinesca del negozio, ma la grandezza ed il colore delle arance coprivano tutto.
– “Dobbiamo fottere quelle di sopra “dissi a Piero –
– “le migliori le impostano tutte sopra” –
Piero annuì e dai suoi calzoni corti usci un sacchetto.
Da sopra il camion guardai in giro e non c’era nessuno.
Le arance erano rosse e le foglie erano verdi e cominciarono a scivolare tra le mie mani e i piccoli rami con le foglie interrompevano di tanto in tanto la loro rotondità.
Poi sentii una voce
aranceMinchia scappa , u patruni (Il padrone) “.
Ma il fruttivendolo con i baffi mi era già dietro, il vicolo era avanti, ed anche la cabina alta del camion mi era davanti. Tentai di saltarla senza lasciare il sacchetto con le arance , ma sbattei alla macchina che vi era poco dopo e lui mi fu addosso subito.
Poi lui mi guardò e disse
– “Ora ci penso io per te” –
e la sua mano sul mio maglione mi disse che non potevo scappare, ed il pomeriggio mi disse che in qualche punto avrei avuto presto male.
Ma “l’uomo nero” venne e sbucò da Via delle Mimose, era un uomo di colore di circa quarant’anni, lo chiamavano “Platini” perché’ aveva i capelli ricci e sapeva giocare a calcio. Gli gridò qualcosa , il fruttivendolo si irritò e allentò la presa dal mio petto dirigendosi verso di lui.
distretto arance rosseCapii che potevo scappare e le mie gambe lo capirono e la strada mi aiutò. Poi la sicurezza di un vicolo e il fiatone sul gradino di un portone mi fecero capire che l’uomo nero non faceva paura e che mia madre ,oltre al pane con l’olio d’oliva, mi dava a mangiare ogni pomeriggio la mia giusta dose di paura e che mia nonna era morta triste e che la paura non faceva più paura.
Ne ho viste di cose, e ne abbiamo viste!
Pur tuttavia, molte volte nella nostra vita i nostri passi sono stati guidati da questa misteriosa compagna che è la paura. Ce la siamo procurata per pochi spiccioli, e gli altri ci aiutano spesso volentieri facendoci prigionieri, ammazzando spesso i nostri desideri più belli.
aranceto

Ci hanno dato un ciuccio quando volevamo magari gridare di gioia, dieci gocce per dormire, un cavallo a dondolo per cavalcare da fermi, due mani giunte per la prima comunione, una stanza da letto orientata a nord, una carta bollata pronta all’uso pur di farci dimenticare della nostra pelle, un coltello lungo e parole per ammazzare gli uomini fuori dagli schemi.
Su tutti i tetti della città il mattino viene calmo , gli uomini mangiano tre pasti al giorno, l’amore di qualunque forma esso sia spesso latita.(ma qualche volta no)
Ne abbiamo viste di cose…

Filippo Arcilesi

Nuove birre grazie a nuovi lieviti

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birra2La nuova frontiera della ricerca nel campo delle birre si sta concentrando sui lieviti. Sono infatti i lieviti a convertire l’amido solubile in alcol e a creare, grazie a metabolismi secondari, composti volatili che danno aromi e profumi alla bevanda. Non è quindi solo la tostatura, parte integrante del processo di maltazione, a dare origine al sapore della birra, come ha dimostrato l’Università belga di Leuven. I ricercatori hanno provato a incrociare Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces eubayanu, lieviti molto diversi tra loro, tanto da essere paragonati a tigri e leoni da parte degli studiosi. birra4Attraverso la modulazione di temperature di fermentazione e fattori di crescita dei lieviti, gli studiosi hanno forzato l’incrocio, riuscendoci solo nel 10% dei casi.In alcuni casi la birra ottenuta era davvero pessima ma in due casi è stata considerata dai ricercatori
“magnifica”. Il nuovo lievito, estratto da quest’ultima birra, è stato battezzato Saccharomyces pastorianus e avrebbe proprietà sorprendenti. Oltre a ridurre significativamente i tempi di fermentazione, permette di diminuire anche le temperature a 8-10 °C, contro i 15-25 gradi normalmente necessari al processo utilizzando il tradizionale Saccharomyces cerevisiae.Birra3

La birra ottenuta, inoltre, avrebbe un grado alcolico normalmente
inferiore a quelle ottenute con lieviti tradizionali. Secondo i ricercatori, grazie ai nuovi lieviti sarà possibile aumentare significativamente la gamma delle birre lager, cioè quelle ottenute con basse temperature di fermentazione e che rappresentano la tipologia più diffusa e consumata al mondo.

Slow Food: “Porte chiuse a cibo e agricoltura”

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gaetano-pascale«Nonostante la produzione di cibo e le pratiche agricole costituiscano sia le principali cause che le possibili soluzioni al cambiamento climatico, non hanno ricevuto la giusta considerazione all’interno dei negoziati», commenta Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. «La parola agricoltura non viene menzionata all’interno dei testi ufficiali e questo dimostra come manchi un’assunzione di responsabilità verso il nostro pianeta da parte dei rappresentanti riuniti a Parigi. Non c’era più tempo da perdere eppure si continua a perdere tempo. slow-food

climaTemiamo che non si sia solamente sottovalutata la questione ma piuttosto che non si vogliano affrontare i nodi celati dietro le logiche dei sistemi alimentari iper-produttivisti, a scapito delle economie locali e della tutela della biodiversità, prime vittime dei cambiamenti climatici in corso». Questa è solo una delle criticità di questo summit che lascia irrisolte parecchie problematiche essenziali per la riduzione dell’aumento del gas serra. «L’accordo che sembra profilarsi non fa ben sperare. Si sta giocando al ribasso rispetto ai timidi obiettivi di partenza», conclude Pascale.

Il Consorzio Parmigiano Reggiano contro l’ “Italian sounding”, che raggira due americani su tre

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parmigianoIl Consorzio del Parmigiano Reggiano alza il tiro nella lotta all'”italian sounding” aperta con gli Stati Uniti e oggetto anche dei negoziati TTIP tra Unione Europea e Usa.

Dopo aver denunciato alla Commissione Europea – davanti alla quale ha parlato pochi mesi fa il direttore dell’Ente, Riccardo Deserti – un fenomeno che colpisce il Parmigiano Reggiano con 100.000 tonnellate di prodotti venduti negli Stati Uniti con il termine “parmesan” e in confezioni che palesemente richiamano l’Italia, il Consorzio mette ora sul piatto gli esiti di una ricerca (sviluppata da Aicod) che evidenzia, oltre al danno per i produttori italiani, la situazione ingannevole che pesa sui consumatori americani.
I dati non lasciano dubbi, al proposito. Per il 66% dei consumatori statunitensi, infatti, il termine “parmesan” non è affatto generico – come sostengono, invece, le industrie casearie americane – ma identifica un formaggio duro con una precisa provenienza geografica, che il 90% degli intervistati indica senza alcun dubbio nell’Italia. L’indicazione spontanea è poi stata approfondita.
desertiAbbiamo mostrato agli intervistati due confezioni di “parmesan” made in Usa – spiega il direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Riccardo Desertidi cui una senza richiami all’Italia e l’altra caratterizzata da evidenti richiami al Tricolore. Già nel primo caso il 38% dei consumatori ha indicato il prodotto come formaggio di provenienza italiana, ma la situazione è apparsa ancora più grave di fronte alla confezione caratterizzata da elementi di “italian sounding” (ad esempio la bandiera tricolore o monumenti e opere d’arte italiane): in tal caso, infatti, il 67% degli acquirenti americani è convinto di trovarsi di fronte ad autentico prodotto italiano“.
Giuseppe-AlaiUn inganno – sottolinea il presidente del Consorzio, Giuseppe Alaiche negli Usa colpisce decine di milioni di consumatori e che costituisce un grave pregiudizio all’incremento delle nostre esportazioni e, conseguentemente, un danno palese anche per i nostri produttori”.
parmigiano3A parlare chiaro, ancora una volta, sono le cifre: gli Usa si collocano al terzo posto (dopo Germania e Francia) nella classifica delle esportazioni di Parmigiano Reggiano. Negli States, infatti, nel 2014 sono giunte 6.597 tonnellate di Parmigiano Reggiano, corrispondenti al 17,8% delle esportazioni complessive (44.000 tonnellate), e nei primi otto mesi del 2015 si è registrato un incremento del 28,8%, ed è proprio questo flusso in crescita che potrebbe letteralmente esplodere se venisse quantomeno ridotta la quantità di prodotto che negli Usa si richiama esplicitamente all’Italia.
La battaglia aperta in sede di negoziati TTIP – afferma Alainon sarà certo facile, perché quelle 100.000 tonnellate di prodotto che circolano negli Usa sono irregolari alla luce della legislazione europea sulle Dop, ma non vengono ancora considerate tali dall’industria e dalla legislazione americana“.
parmigianoUna delle chiavi di volta per sconfiggere il prodotto che si richiama al Parmigiano Reggiano e all’Italia – conclude Alai – potrebbe essere proprio questa ricerca che a inizio 2016 presenteremo a Bruxelles e che dimostra inequivocabilmente come i consumatori americani vengano tratti in inganno da pratiche che si traducono in un palese danno per i nostri produttori, titolari della Dop più contraffatta, imitata ed evocata nelle denominazioni che circolano negli Stati Uniti“.
Paolo De Castro e Riccardo DesertiLa ricerca è stata presentata  a Roma nella sede di Aicig (Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche), alla presenza dell’on. Paolo De Castro, relatore per il TTIP alla Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento Europeo. “Va sottolineata l’importanza dell’indagine del Consorzio del Parmigiano Reggiano – ha dichiarato De Castro – perché offre una pista interessante per un possibile accordo in ambito TTIP tra la posizione delle delegazioni europea e americana. Spostando infatti l’attenzione dal produttore al consumatore, si hanno terreni reciproci di interesse che si avvicinano. In fondo noi chiediamo un’alleanza con i consumatori americani, perché vogliamo che l’accordo offra informazioni corrette sui prodotti. Questo quindi può essere un interessante terreno di dialogo su cui trovare un accordo finale che può avvicinare le posizioni di Stati Uniti ed Europa e che, nello stesso tempo, può dare una risposta concreta di un avanzamento sul tema delle Indicazioni Geografiche che è basilare in quanto, come più volte ricorda la nostra commissaria Cecilia Malmstrom, senza un avanzamento su questo capitolo non ci sarà accordo.

Michelin 2016: stella che vai, stella che vieni.

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michelin guidaNunc est bibendum! Sono 24 le  ” prime stelle”  che Michelin ha assegnato quest’anno ai migliori chef ed ai migliori ristoranti della penisola. Sostanzialmente rimangono confermati gli otto locali tristellati, mentre si aggiungono altri due nomi al panorama dei bistellati con Casa Perbellini e Gourmetstube Einhorn. davide scabin Ma quando qualcuno vince qualcun’altro perde, e così Davide Scabin – mitico ed eclettico Chef di Combal Zero in quel di Rivoli – ha perso una delle sue due stelle. Pare inoltre che non abbia convinto il cambio di chef al Perbellini di Isola Rizza, che perde la sua stella  pare proprio a seguito di questa surroga. Ma non va meglio a Milano, dove il ristorante Trussardi e il Pont de Ferr sul naviglio tornano al punto di partenza, riconsegnando il prestigioso riconoscimento. Nel capoluogo lombardo però arriva anche una bella tripletta :una prima stella al  ristorante del Mandarin Oriental di Milano, aperto nell’estate 2015, il Seta, guidato dallo chef Antonio Guida in arrivo dal ristorante del Pellicano di Porto Ercole , al  Tokuyoshi dello chef YoJi Tokuyoshi, che ha lavorato al fianco di Massimo Bottura, ed al ristorante dell’Armani Hotel di Milano guidato dallo chef Filippo Gozzoli. Si comportano molto bene la Campania e la Sicilia. Nell’isola arrivano altre due stelle, una delle quali in un’isola minore dopo il prestigioso riconoscimento della scorsa edizione al Cappero di Vulcano, strepitoso ristorante dell’ancor più strepitoso Therasia Resort.
carusoNelle Isole Eolie quindi, il Signum di Salina viene premiato con una stella. Ancora una volta viene premiato il ristorante di una struttura alberghiera. Il Signum infatti è il ristorante dell’omonimo Hotel, incastonato in un antico borgo, dove è possibile gustare i sapori mediterranei proposti da una giovane e talentosa chef ventiseienne, Martina Caruso. Un “enfant prodige” della cucina tradizionale in chiave moderna e fiore all’occhiello della buona ristorazione siciliana. Una “giovanotta” da tenere d’occhio e da seguire con attenzione. santoroA Linguaglossa il ristorante Shalai afferra la sua stella. Il successo del locale della provincia catanese è nelle mani dello chef Giovanni Santoro, classe 1984. A Dolegna del Collio, L’Argine di Vencò dispone solo di una ventina di coperti, che ricevono le attenzioni di Antonia Klugmann, nuova una stella Michelin. Con Silvio Salmoiraghi ottiene una stella il ristorante Acquerello di Fagnano Olona. Guadagna la stella anche il Due buoi di Alessandria con lo chef Andrea Ribaldone. Vince una stella il Bacco di Franco Ricatti con la moglie chef Angela Campana. Brilla la stella anche per il Meo Modo di Chiusdino dello chef Andrea Mattei , ed il Borgo San Jacopo di Firenze con Peter Brunel .dal degan Insignito anche il Vespasia di Norcia, con lo chef  Emanuele Mazzella . Benissimo ha fatto il Veneto con una pioggia di stelle:  la Tana Gourmet di Asiago, con Alessandro Dal Degan – da tempo in odore di stella. Ancora in Veneto, a Barbarano Vicentino, stella all’ Acqua Crua dello chef  Giuliano Baldessari , a San Vito di Cadore, nel bellunese, all’Aga di Oliver Piras e Alessandra del Favero, perbelliniVince una stella anche il ristorante dell’hotel Cipriani di Venezia guidato dallo chef Davide Bisetto ed un’altra se la aggiudica il Dopolavoro dello chef Perbellini e del suo allievo Federico Beltrucco. Molto bene anche la Campania. A Valva in provincia di Salerno guadagna la stella l’Osteria Arbustico dello chef Cristian Torsiello, il Re Maurì di Salerno guidato dallo chef  Lorenzo Cuomo, il Don Geppi di Sant’Agnello. porcelli In provincia di Napoli, ottiene una stella lo chef Mario Affinita. Bene anche il Cielo di Ostuni, dello chef Sebastiano Lombardi. Nella capitale, stella all’ Achilli Enoteca al Parlamento di Roma, dello chef Massimo Viglietti.In Alto Adige arriva una doppietta di alto valore : il Dolce Vita Stube di Thomas Ebner a Naturno, e  l’Alpenroyal Gourmet guidato dallo chef Mario Porcelli.

la gazza ladraMa a fronte di chi festeggia c’è l’amarezza di chi è sceso di livello per diverse ragioni tra cui, appunto, un improvvido cambio di chef per quanto riguarda il locale di Scabin. Ma amareggia ancora di più leggere che ben nove locali abbiano perso la stella per chiusura. Locali di pregio con cucine blasonate che non esistono più: tra i quali La  Gazza Ladra di Modica ( foto a destra)  e diversi altri di cui segue la lista. Specchio dei tempi, esito della crisi, scelte imprenditoriali sbagliate, nessun ricambio generazionale. Tante e diverse sono le ragioni dietro al fallimento di strutture che prima hanno lottato, sudato, sperato e gioito e che oggi sono solo portoni chiusi. Eccovi le stelle che si sono spente nel corso dell’anno:  Il Postale, Perugia. La Frasca, Cervia. La Gazza Ladra, Modica. La Ghinghetta, Porto Scuso. 21.09, Albissola. La Terrazza, Roma. La Barrique, Torino, e Le Tre Lune di Calenzano.

Alessandra Verzera 

 

Credit : La foto di copertina di Martina Caruso è di Roberta Abate per finedininglovers.it

 

 

UE. A tavola tutti uniti da un prodotto.

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OLIO-EXTRAVERGINE-DOLIVAI gusti degli europei per il cibo non sono affatto uguali, anzi, esistono profonde differenze. I tedeschi amano le spezie, mentre gli italiani preferiscono le erbe aromatiche fresche. Gli italiani, come tutti gli europei, a parte gli inglesi e gli irlandesi che prediligono il tè, cominciano la giornata con una tazza di caffè.
Se gli europei, in generale, preferiscono il gusto delicato, tipico delle diete ricche di cereali, fagioli e pomodori, gli italiani non possono proprio fare a meno del dolce, gusto che arriva terzo in Europa, preceduto anche dall’amaro. È quanto è emerso dalla rilevazione effettuata da Friends of glass (un movimento di persone che promuove l’uso del vetro) su 29 mila cittadini europei di 30 nazioni.
Differenze tra cittadini europei anche nell’approccio allo scaffale. In generale vengono preferiti i prodotti freschi e naturali. Gli italiani, invece, sono il popolo più attento a promozioni e offerte speciali.
L’alimento che però mette d’accordo tutti è l’’olio d’oliva, di cui l’Europa è il primo produttore mondiale con una quota del 73% e anche il principale consumatore, con il 66% del totale dei consumi.

Sempre più Bio nel carrello della spesa

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arance bioSecondo l’Organic Monitor inglese, il fatturato degli alimenti biologici è quintuplicato nel mondo negli ultimi 15 anni, raggiungendo gli 80 miliardi di dollari. Un trend che non si arresta neanche in periodo di crisi e neanche in Italia, stando almeno ai dati del panel Ismea-Nielsen secondo cui gli acquisti sono cresciuti dell’11% nel 2014 nella distribuzione moderna. Tra i principali prodotti bio, si segnala il forte incremento rispetto al 2013 degli acquisti di pasta (+21%), ma anche degli oli di oliva extravergine e degli yogurt (+8%). Più contenuto (+5%) l’aumento per i succhi di frutta e per il latte fresco (+1,7%).
Secondo Ismea-Nielsen, per il primo semestre 2015 si stima un ulteriore aumento del 15-20% dei consumi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il primo mercato mondiale per l’agricoltura biologica sono gli Stati Uniti, con 35 miliardi di dollari, quasi la metà del totale. In Europa il principale mercato è la Germania, con quasi 8 miliardi di dollari, al secondo posto la Francia con 5 miliardi e al terzo l’Italia con quasi 3 miliardi, tallonata dalla Gran Bretagna.
I Paesi con la maggiore spesa pro capite per il bio sono invece Svizzera e Danimarca, con oltre 160 euro all’anno. Se il consumo è concentrato nei Paesi occidentali, la produzione, secondo il rapporto Ifoam (International Foundation for Organic Agriculture), lo è invece nelle nazioni in via di sviluppo. L’80% delle aziende agricole che praticano l’agricoltura biologica, su un totale di 1,8 milioni nel mondo, si trova nei Paesi in via di sviluppo, con l’India al primo posto, seguita da Uganda, Messico e Tanzania.