Il cibo è di scena a San Gregorio Armeno

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presepe È la via dei pastori, è una delle più tipiche pennellate Napoletane, cuore pulsante che non si ferma mai neppure in piena estate. I presepi sono esposti, raccontati, venduti o solo contrattati in ogni periodo dell’anno, ma intorno al Natale l’animosità di questa via prende una piega accesa, brillante, sprizza vita: animata di turisti e inanimata di pastori (Ti.Ni.)

Pastori che si accingono a salutare il Salvatore, che lasciano le case con gli usci aperti e si sperdono per i viottoli di pietrine ricostruiti con sapienza; pastori, ancora, che non dimenticano che il desinare è parte integrante dell’esistenza. Molti gli scorci presepiali che illustrano un momento di vita familiare intorno ad un tavolo, nell’atto del cibarsi, in quello più ludico del giocare a carte oppure solo protesi verso un tavolo attenti ad ascoltare la zingara parlare di fato e di novelle.

Napoli è questo in San Gregorio Armeno: clima di festa, spazio alla memoria, alla commemorazione di una ricorrenza religiosa in cui gli elementi sacri si mischiano a quelli profani. Non è raro trovare tra i pastori volti noti e attuali, da Cavani al Pocho Lavezzi – tifo sentito oltremodo per la squadra cittadina – da un ex premier circondato da donnette alla politica di questi tempi. Figure storicamente ancorate alla città, da Pulcinella a Totò, e figure necessarie – ogni pastore riconosciuto dalla tradizione ha un nome proprio di persona, come Benino il pastorello dormiente che si colloca in cima alla scena tutta – nel caso in cui si voglia allestire un presepe con tutti i crismi.

Ci sono degli elementi essenziali, oltre la grotta con la sacra famiglia, l’arcangelo Gabriele, i re Magi  e il bue e l’asinello, e sono la fontana, il pozzo, la pastorella, la lavandaia, l’osteria ricca di cibarie e i venditori: pescatori, panettieri, macellai, fruttivendoli, salumieri. Si vendono uova, formaggi, quarti di bue, zucche, pecore e cavolfiori, perfino la pizza calda di forno a legna, si vende un attimo di vita passata tra quei volti in terracotta decorati da mani esperte.

Molte le raccolte presepiali di valore esposte in vari punti della città. La certosa di San Martino, ad esempio, espone una raccolta molto completa, vari pezzi di presepi che raccontano l’oriente e l’occidente fusi in un solo istante: non è raro osservare tra i pezzi di questa raccolta, uomini di colore con scimmiette legate da un collare, cammellieri, musici con mandolini e chitarre, lo Zì monaco ovvero il frate francescano con tanto di bisaccia che bussa agli usci chiedendo l’elemosina; vesti variopinte tutte cucite a mano perfino nelle rifiniture di minuscoli occhielli per bottoncini dorati. L’oriente poi è rappresentato dal bue, animale considerato sacro e simbolo di pazienza e riflessione, mentre l’occidente è interpretato dall’asinello e raffigura l’operosità, l’essenza laboriosa. Il mondo unito iconograficamente dunque nel gesto di “riscaldare” il Salvatore.

Ogni parte del presepe ha il suo significato e il cibo è raffigurato in mille sfumature che solo le immagini ora possono raccontare. Una cosa è certa, per chi approda in quel di Napoli è d’obbligo una passeggiata lungo la via dei presepi per respirare una tradizione che si tramanda, che crea amatori ed estimatori e che non conoscerà mai fine.

Tiziana Nicoletti

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