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Finite le feste è tempo di ricordi: la Bovaconti, che non c’è più.


panettone_02Bovaconti
è una realtà industriale di Termini Imerese, dai tempi in cui i marchi che producevano dolciumi e merendine erano pochi e la scelta era ristretta. Alemagna, Motta, Pavesi, Bauli erano i grandi marchi nazionali: ma la produzione locale era affidata principalmente a due realtà di cui una era Dagnino e l’altra appunto  Bovaconti.  Dagnino era però una realtà strettamente palermitana, capeggiata dall’ormai scomparso Andrea, che è andata incontro ad una tristissima ed inesorabile fine, cessando la produzione dei mitici panettoni e dei cornetti caldi che venivano venduti anche sulla spiaggia di Mondello dai sempiterni venditori ambulanti.
mottinoEd era il 1961 quando l’azienda termitana Bovaconti muoveva i primi passi nel mercato della pasticceria conservata, meglio conosciuta con il nome di “merendine” che però in Sicilia – per associazione di idee – venivano chiamate “mottini” dato che la maggiore produttrice sul mercato era proprio la Motta che produceva una merendina con quel nome. In Sicilia però erano “mottini” tutti, indistintamente e persino i Buondì. I prodotti Bovaconti erano una nicchia quasi introvabile. fraPoi c’erano anche il Danese e lo Zebrino: un triangolo di pasta sfoglia ripiegata con un ripieno di “crema gialla” – per i siciliani, ma crema pasticcera per il resto dell’ Italia – ed una glassa di zucchero e cacao distribuita sulla superficie che gli conferiva, appunto, le striature simili a quelle di una zebra. Aficionados che abbiano superato i cinquant’anni di età ricordano benissimo quel prodotto, che si trovava però solo raramente e solo in alcuni esercizi, e ricordano che uno dei momenti più golosi del mangiare uno Zebrino era quello in cui con il dito – o a volte leccando direttamente il cellophane dell’involucro – si recuperava tutta quella glassa che rimaneva attaccata alla confezione. I Termitani però avevo un privilegio: un rito settimanale come indossare gli abiti della domenica o andare il sabato pomeriggio a comprare la carne in macelleria. Ogni fine settimana infatti, tantissime famiglie si recavano in via Libertà, proprio nel cuore dell’industria, e si facevano la scorta di scatoloni che dovevano servire per tutta la settimana. Questa era la merenda che si trovava neglbucaneve2i “stipetti” delle famiglie e apprezzata da tutti, dia più piccoli fino agli anziani. A scuola durante l’ora della ricreazione tutti  aprivano lo zaino per assaporare quelle prelibatezze. Non c’era bambino che non ne avesse una. Poi si faceva a gara per chi aveva la più buona. Quelli più fortunati infatti, avevano quella ricoperta di cioccolato con all’interno la confettura. Morbida e deliziosa si scioglieva in bocca e tra le mani tutte appiccicose rimaneva quel cioccolato scuro che poi veniva puntualmente asciugato sui grembiuli. Il ricordo a volte è persino più forte del tempo che scorre e consente, a chi appunto abbia passato la boa del mezzo secolo, di ripercorrere attimi dell’infanzia con dolcezza e nostalgia: “ Ma che le devo dire…forse il nostro palato era meno viziato, forse la scelta ridotta ci faceva apprezzare di più ciò che avevamo, ma lo Zebrino era favoloso, o lo è perlomeno nei miei ricordi. La glassa che staccavamo dalla confezione era squisita e il dolce era sempre fresco, proprio nel senso che era freddino di temperatura. Ma morbido, buono. Sembrava quasi di pasticceria fresca. Ma trovarlo era difficile. Qualche bar di Mondello lo aveva, ed era una festa.carosello Ce li portavamo in spiaggia quando non volevamo impiastricciarci con le ciambelle. Nei miei ricordi più dolci ci sono lo Zebrino e i Bucaneve della Doria” – dice la signora Teresa Colicchia, una casalinga sessantenne che nel 1961 era una bambina quando correvano gli anni di Carosello, spartiacque tra la cena e la nanna per un’intera generazione.

Chissà in quanti altri si ridesterà un ricordo gustativo, olfattivo, insieme a memorie di infanzia e di sapori buoni, e chissà quanti altri riusciranno a visualizzare quei dolci con il loro involucro trasparente e le scritte in blu. La cosa più triste è che di questi prodotti non esiste traccia iconografica nemmeno nell’immenso catalogo che è internet: impossibile farveli vedere ed aiutarvi nello sforzo mnemonico. La produzione di Bovaconti è scomparsa dagli scaffali e persino dalla memoria, fagocitata dalla grande distribuzione e sorpassata dalla sua storica antagonista che era la Girella della Motta. E così dal polo industriale di Termini Imerese all’oblìo delle papille e della memoria il passo è stato effettivamente molto breve.scaffaliTrent’anni fa il mondo era un posto più piccolo e più sicuro, innanzitutto “ – dice Lorenzo Lo Bue, nostalgico degli anni ’80 – “ e poi ci divertivamo con qualsiasi cosa, eravamo più condiscendenti e meno esigenti laddove l’estrema esigenza di oggi ci rende spesso frustrati ed insoddisfatti. Ricordo benissimo la vendita dei panettoni Dagnino di “seconda scelta”, una vita fa. Venivano venduti senza scatola ad un prezzo simbolico. Erano imperfetti per essere inscatolati e venduti a prezzo pieno, ed allora l’azienda li vendeva al dettaglio, con soltanto il cellophane e ad un costo irrisorio che era, se non ricordo male, 500 lire. Erano buonissimi e ricordo che si mangiava panettone per mesi dopo le feste natalizie. Il cornetto Bovaconti poi era uno spettacolo. Oggi non esiste azienda nazionale che realizzi un prodotto come quello. Ma forse il nostro giudizio allora era genuino ed oggi invece è viziato dall’immensa scelta di prodotti, è possibile. Ma mi piacerebbe scoprirlo riassaggiando un prodotto della Bovaconti, realizzato con la ricetta di 50 anni fa, chiudendo gli occhi. E tornando bambino, in un mondo più piccolo e meno viziato”.

Francesca Giunta 

2 commenti

  1. Complimenti per l’articolo.
    Il prodotto si chiamava DANESE e non dainese.
    La leggenda dice che mentre si stava scegliendo il nome passò dallo stabilimento una bella ragazza danese e tutti i dipendenti decisero per quel nome.
    Saluti
    Sergio Bova Conti

  2. Gentilissimo Sergio, la ringrazio innanzitutto per seguirci e, soprattutto, per avere condiviso con noi la storia – o la piccola leggenda metropolitana – che spiega il nome di una merendina leggendaria e che purtroppo ormai potremo solo ricordare, io per prima che l’apprezzavo moltissimo e con la quale sono cresciuta. Grazie!

    Francesca Giunta

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