Home Authors Articolo diredazione

redazione

1911 Articoli 8 commenti

libromussoslideElisabetta Musso è un avvocato “pentito”: esuberante e frizzante come un calice dal perlage consistente. Un bel giorno la giovane avvocata ha chiesto la cancellazione dal Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati e si è data al vino, allo scrivere di vino. “Per ogni riccio un capriccio”? Forse: ma forse no. Vediamo come nasce ” Leggete e bevetene tutti“, che già dal titolo annuncia un atteggiamento dissacrante, del vino e non solo.

Elisabetta, cosa l’ ha spinta ad appendere la toga al chiodo e a dedicarsi al vino?

Io credo fermamente che un mestiere -per essere fatto bene- vada svolto con passione e per vocazione. Per me il vino è questo: una vocazione e una passione totalizzante che naturalmente mi hanno spinto ad abbandonare la professione legale che -anche se bellissima – non mi dava la stessa gioia e soddisfazione che mi regala il parlar di vino.

L'immagine può contenere: 2 persone, persone sedute

Poco prima di Natale, nell’ambito di Jingle Book, lei ha presentato il suo volume “Leggete e bevetene tutti” per i tipi di Dario Flaccovio Editore: come nasce la voglia di scrivere di vino? 

Questo libro nasce originariamente come un diario in cui appuntavo sia i vini che degustavo sia le vicende occorse quando lavoravo come addetta alle vendite. Pian piano mi rendevo conto che le persone nel momento in cui acquistavano il vino erano spesso confuse sia dalla quantità dei prodotti che dal gergo tecnico chi normalmente si utilizza nel settore. Così ho pensato che sarebbe stato utile mettere nero su bianco alcune realtà sulla produzione e il commercio del vino, sfatare falsi miti e fornire una guida pratica e divertente per procedere all’ acquisto. Ho realizzato una bozza e l’ho spedita all’editore Dario Flaccovio che -bontà sua- ha abbracciato il progetto e mi ha seguita in tutte le fasi della pubblicazione.

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridonoLa sua pubblicazione è stata tenuta a battesimo da uno dei mostri sacri della cultura palermitana, con una propensione spiccata verso l’enogastronomia: sto parlando dello storico Gaetano Basile, che ha abbracciato con entusiasmo il suo prodotto editoriale. Quanto ha significato per lei avere come testimonial un grosso pezzo di cultura palermitana?

L’incontro con Gaetano Basile è stato uno degli eventi più importanti della mia vita professionale e non solo. Senza falsi pudori posso dichiarare di adorarlo: io e mia sorella siamo cresciute seguendo i suoi programmi alla Tv. E’ un uomo di sconfinata cultura ma anche di grande umanità. Ho sempre amato il suo modo di scrivere e di parlare di storia e tradizioni, di cibo e di vita; per questo quando l’editore mi ha comunicato che il Maestro Basile sarebbe intervenuto alla presentazione del mio libro nel corso di Jingle Books, mi sono davvero commossa. Voglio dire un mostro sacro della cultura non solo ha letto il mio libro ma ha anche dichiarato con entusiasmo il suo apprezzamento per il mio lavoro! E’ stato un onore immenso averlo accanto e conoscerlo, parlargli ma sopratutto starlo ad ascoltare. Scoprire che condividiamo la stessa passione con la stessa intensità e la giusta dose d’ironia è stato folgorante. Mi ritengo molto, molto fortunata ad averlo incontrato e poterlo annoverare tra gli amici. Proprio io che ho letto tutti i suoi libri…

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, persone sedute e testoAlla presentazione – moderata ed anzi amabilmente ravvivata dalla giornalista Tiziana Martorana di Rai 3 Sicilia – mancavano rappresentanti istituzionali delle associazioni di categoria, così come mancavano i produttori di vini: lei intende scardinare un sistema arcaico. Quale e in che modo?

Quello che intendo scardinare è il modo in cui le “istituzioni” e spesso anche i produttori parlano e vendono il vino. Il gergo tecnico è ormai da considerarsi una lingua morta. In una società “mobile” in cui le informazioni vengono veicolate in modo troppo rapido, occorre parlare di vino in modo “veloce” puntando su un linguaggio che evoca ricordi, sensazioni. In tal senso il mio punto di riferimento sono le riflessioni che Italo Calvino propone nelle sue “Lezioni Americane”: rapidità, leggerezza, immediatezza, visibilità… non sono più speranze ma necessità.

vino3La cosa che la gente comune che si accosta ad un calice di vino si chiede è se veramente i sommelier riescano a percepire al palato il pandoro, i mirtilli, lo zucchero filato, le fragole di bosco, il legno di sandalo e chi più ne ha più ne metta, in quello che è – essenzialmente – il derivato diretto dell’uva. Che ne pensa?

C’è del vero! Gli elementi che compongono il vino promanano sensazioni olfattive e gustative che per praticità vengono indicati con elementi come la frutta, i fiori, le piante… E’ altrettanto vero che spesso noi sommelier tendiamo ad esagerare .

Lei ha definito “preistoria” un certo modo di far conoscere il vino all’utente finale: quale è il suo obiettivo?

Desidero promuovere la nascita di un gergo più facile e moderno. Ad oggi collaboro con una giovane realtà che opera nel mondo della comunicazione e dei social media, cercando di costruire un nuovo modello di comunicazione per gli operatori del vino e per le aziende. C’è ancora tanta diffidenza in Italia nell’approcciarsi ad una nuova visione del vino, ma sono fiduciosa. Già dall’Europa arrivano i primi segnali, sopratutto dalla Francia, nazione enologica per eccellenza.

vinoNon è azzardato ipotizzare che i “poteri forti” legati al mondo del vino possano guardarla con sospetto e circospezione dato che, come una testa d’ariete, ha quasi profanato la sacralità del lavoro di moltissimi sommelier dicendo, in soldoni, che la cosa che conta è che un vino piaccia, senza tanti fronzoli. Ha deciso di correre da sola?

Più che correre da sola, ho deciso di cambiare strada . Il vino deve essere sopratutto un piacere. Per me è fondamentale scardinare l’idea che sia una materia oscura. In tanti si ritengono custodi di un sapere assoluto ed elitario, quando invece a parer mio, il vino è fondamentalmente diffusione, condivisione. Probabilmente in tanti hanno storto il naso per il mio modo di fare. Tuttavia nonostante pensassi di essere davvero isolata in tal senso, ho scoperto con gioia che non è esattamente così. Tanti colleghi hanno espresso la loro condivisione e il loro divertimento leggendo il mio libro.

Il vino senza troppi tecnicismi ma carico di emotività: un vino “emozionale” legato ad odori, sapori e ricordi. Dopo la cucina, anche il vino torna ad essere ” il vino dei nonni”?

Decisamente si, c’è un ritorno alle origini ed all’autenticità. Le nuove tendenze in materia di enologia e viticoltura parlano chiaro. Ad oggi spopolano i così detti vini naturali, artigianali: prodotti in cui l’intervento dell’uomo è ridotto al minimo per consentire al territorio e alle uve di venir fuori nella loro originaria identità. Sempre più spesso parliamo di vini autentici, territoriali, in grado di restituite in modo diretto ed emozionale la fotografia di un paese, di un luogo. Il modo di fare vino sta cambiando, così come il modo di berlo.

Progetti futuri?

Sarò ancora impegnata nella promozione del libro per un pò. I prossimi appuntamenti mi vedranno a Catania il 12 gennaio, il 24 gennaio a Messina e di nuovo a Palermo il 7 febbraio presso le Cattive di Palazzo Butera ed il 20 al Mercato San Lorenzo nel corso di W-Factor. E poi Milano, Roma, Torino… Nel frattempo  mi dedicherò all’organizzazione di degustazioni e nuovi corsi dedicati alla comunicazione, promozione e vendita del vino. E poi forse un altro libro, chissà!

Alessandra Verzera 

basile-513db6dc0ca2d

Tra aneddoti, documenti storici e pruderie, il noto storico palermitano racconterà la storia della cucina antica dei primi anni dell’800.

 

osteria slideSarà una serata all’insegna della riscoperta della cucina antica dei primi dell’800 in Sicilia quella che intratterrà una selezionata rosa di ospiti il prossimo giovedì 17 gennaio presso l’ Osteria  Armetta. La serata, nata dalla collaborazione tra il giornalista e storico palermitano Gaetano Basile ed il cuoco “ortodosso” di cucina siciliana Giacomo Armetta, si annuncia scoppiettante, data la nota verve dello storico e l’esuberanza di Giacomo Armetta, ma anche carica di aneddoti davvero curiosi. Basile commenterà un intero menù, studiato per l’occasione anche per celebrare la festa di Sant’Antonio Abate che i palermitani tradizionalisti onorano consumando la “carne di porco”. Ma non mancheranno annotazioni pruriginose sull’origine, la storia ed il significato del cannolo ad esempio.

basilearmetta

Sono onorato di ospitare un personaggio di tale spessore culturale, così abbarbicato alla tradizione palermitana e profondo conoscitore di ogni minuziosa sfaccettatura della gastronomia locale. Sarà una serata indimenticabile anche se, purtroppo, soltanto per pochi. Ma spero che possa diventare un appuntamento fisso, magari mensile, compatibilmente agli svariati impegni di questo incredibile signore, cui Palermo si onora di aver dato i natali. Una cultura immensa, seconda forse soltanto alla grande passione per tutto ciò che riguarda la nostra città. Sono teso, lo confesso, ma sono più felice che nervoso: la “firma” di un uomo di cultura come Gaetano Basile, noto in tutto il mondo, è per me e per la mia piccola osteria motivo di grande gioia e di grande orgoglio

Ed ecco il menù della serata:

Favi a cunigghiu da mangiare con le mani

Sciabbò cacati

Sasizza con il finocchio ingranato fritta, e contorno di cavulicieddi caldi olio e limone

Frutta di stagione

Scacciu per tirare tardi

Teste di porco di marturana

Cannolo

Vino rosso

Acqua minerale

Caffè

L’appuntamento è quindi fissato per giovedì 17 gennaio, alle ore 20.00

basileslideA cena con l’autore Gaetano Basile, alla scoperta della storia che c’è dietro i più celebri e popolari tra i piatti tipici della tradizione siciliana, passando per i vizi, le virtù e le fake news sulla dinastia dei Borbone. Dettagli che vanno al di là della storia tramandata, che hanno fatto parte delle consuetudini giornaliere della Sicilia, frutto dello studio e della ricerca che da tempo il giornalista, scrittore e appassionato enogastronomo Gaetano Basile porta avanti con cura e passione.

focacceriaL’appuntamento è per venerdì 21 dicembre, alle ore 20.30, presso la sala rossa dell’Antica Focacceria San Francesco di Palermo (via Alessandro Paternostro n 58, primo piano sala ristorante) per una cena con l’autore organizzata in collaborazione con la Libreria Feltrinelli di Palermo. Gaetano Basile incontrerà il suo pubblico per raccontare la genesi del suo ultimo libro “La vita in Sicilia al tempo dei Borbone”  – Dario Flaccovio Editore –  e per parlare di pietanze e aneddoti ad oggi dimenticati, come ad esempio la sfincia, dolce o salata, un tempo considerata l’antica colazione del palermitano o la storia del primo tra i vini siciliani in bottiglia, tutt’oggi prodotto di punta dell’Antica Focacceria San Francesco.

nucatoliE poi ancora i “nucàtuli”, nome ad oggi non più tanto usato per definire uno dei dolci più noti della tradizione culinaria siciliana, soprattutto natalizia.
“La vita in Sicilia al tempo dei Borbone” è il libro al quale Basile ha voluto dare un taglio prettamente giornalistico per riportare i fatti e ciò che è accaduto in Sicilia al tempo dei Borbone. Dalla storia personale di Ferdinando II detto “re Bomba” a Maria Carolina la “Donnafugata”, i gossip d’epoca legati ai ricchi e poveri a tavola, le ville dei nobili, il popolo dei matti e il primo gesto d’amore dei siciliani per il buono re Carlo III: una statua di bronzo collocata a Palermo davanti la chiesa di Sant’Anna, con le pompose e ingombranti forme barocche del tempo, statua che poi venne distrutta nel periodo dei moti del 1821.

panino_panelle_crocche

Ed ecco il menù della serata, all’insegna dello street food e delle tipicità palermitane:

Schiticchio Vucciria

Focaccina con milza oppure con ricotta e caciocavallo; arancinetta carne e arancinetta burro; crocchè di patate, crocchè di latte, panella, trancetto sfincione, caponata

******

Pasta con sarde

Rigatoni alla norma

*****

Proposta di un Dessert

*****

Acqua

Vino

uovo coqueE’ MASTER CHEF, BELLEZZA!

Tutti incollati davanti allo schermo per scoprire, tra l’incredulità generale, che per fare un uovo alla coque sono sufficienti tre minuti. Non capisco però perchè i master chef si fanno 48 ore di complimenti come se avessero fatto un colosseo di pasta frolla farcito con crema di ali dell’uccello del paradiso, che è un volatile realmente esistente e non un modo di dire. E poi ci voleva la regina della pasticceria australiana per spiegare come si setaccia lo zucchero a velo?
Per me, comunque, l’uovo più buono era quello appena sfornato, si fà per dire, dalla gallina del pollaio della zia Teti, bucato con uno spillo e bevuto con genuino piacere. E nessuno si complimentava con l’autrice di tale opera d’arte gastronomica.

Daniele Lo Porto

Il panettone è morto, viva il panettone.

Risultati immagini per panettone

Il panettone, quello vero, quello originale, è morto, lo sapete? Attenzione, però, quello che è morto, scalzato dal fratello artigianale, è quello industriale, quello con cui tutti noi, che non abbiamo esattamente cinque o sei anni ma qualche decennio in più, siamo cresciuti.
Già, perché forse non tutti lo sanno, ma il panettone originale dell’era moderna –  e con questo intendo dire il secolo scorso –  il panettone che si acquistava esclusivamente in negozi e supermercati e con cui i datori di lavoro erano soliti omaggiare i propri dipendenti a Natale, era proprio quello lì, quello che oggi viene definito con disprezzo “industriale” e che ti tirano dietro al supermercato a due euro al chilo: meno del pane.

panettoni-artigianali
Ebbene, proprio quello è il vero panettone così come lo conosciamo oggi: alto, morbido e soffice, e che nulla ha a che vedere con la storiella del “pan de Toni” che ci propinano da ogni parte. o meglio, una sorta di panettone, cioè di un pane dolce, era probabilmente presente anche nei secoli passati, ma non era certo quello che conosciamo noi oggi. Era più verosimilmente una sorta di pane schiacciato, basso e ben poco soffice, per non dire duretto (un po’ come il pan dei pescatori ligure mal fatto), insaporito con zucchero, burro e un po’ di uvetta candita. Nulla a che fare con il “nostro” panettone: quello, lo ha inventato Angelo Motta che nel 1930 o giù di lì, pensò bene di produrre i suoi strani panettoni, alti e soffici, in modo industriale.

Risultati immagini per pandoro

Stessa cosa che fece Gioacchino Alemagna sei o sette anni dopo. Passata la seconda guerra mondiale, il panettone industriale inventato da Angelo Motta cominciò ad avere un successo senza fine, tanto da essere identificato in tutta Italia, e non solo, come “il” dolce natalizio per eccellenza, almeno fino all’avvento del pandoro, altra invenzione ma stavolta veronese, che iniziò a contendergli il primato a partire dagli anni’70 del secolo scorso. Insomma, dagli anni ’50 in avanti, il panettone così come “reinventato” o meglio inventato di sana pianta da Angelo Motta, nelle sue belle scatole di cartone colorato, era il simbolo del benessere, del buon cibo, della ritrovata agiatezza dopo gli anni della guerra e dell’immediato secondo dopoguerra; e anche di una certa opulenza a portata praticamente di tutte le tasche. Ed era solo ed esclusivamente industriale. Certo, qualche ardito pasticciere o panettiere esponeva nelle sue vetrine dei panettoni artigianali, ma la vulgata comune era che i panettoni di pasticceria non fossero affatto buoni, e che in molti casi fossero semplicmente panettoni industriali scartati dal loro imballo colorato e venduti come “artigianali”.
Ma oggi, e con oggi intendo dire da circa dieci, quindici anni a questa parte, il panettone industriale ha visto declinare pian piano il suo successo.

Continua la lettura qui :

https://cinziaalfe.blogspot.com/…/il-panettone-artigianale-…

Di Cinzia Alfè

0 167

Un caffè. Il primo del mattino. E poi l’ultimo della sera. Quanti ne abbiamo bevuti? Gesti normali, ma che possono far nascere magie d’amore, se sono i caffè “serviti” da Diego Galdino, tra i più famosi scrittori di romanzi d’amore italiani.

Da pochissimo tempo è uscito nelle librerie “L’ultimo caffè della sera”, seguito dal best seller – che presto diventerà un film – “Il primo caffè del mattino”.
L’autore, nonostante il successo internazionale non ha mai lasciato il suo lavoro “originale”, ovvero barista nel bar di famiglia ed è da poco tornato in libreria con una storia bellissima: c’è tutta la sua Roma in questo libro. C’è l’aroma dei caffè più fantasiosi, ci sono tutti (o quasi) i clienti amici del bar Tiberi che dopo “Il primo caffè del mattino” sono diventati una sorta di famiglia anche per i lettori. E soprattutto c’è l’amore. L’amore quello vero, che non ha bisogno di gesti eclatanti per sbocciare e crescere ma che necessita solo della capacità di riconoscersi e la giusta dose di coraggio per lasciarsi andare. Il tutto raccontato come solo Galdino sa fare, col suo stile sempre gentile e garbato che arriva dritto al cuore.

Ma quando e come ha iniziato a scrivere?

Essendo diventato uno scrittore di romanzi d’amore, non potevo che iniziare a causa di una donna. Lei mi aveva regalato un romanzo di Rosamunde Pilcher, dicendomi che – pur essendo un libro ‘da donne’ – grazie alla mia sensibilità mi sarebbe piaciuto tantissimo. E così è stato, tanto che poi ho letto tutti gli altri romanzi di questa scrittrice. Un giorno questa ragazza mi disse che il suo sogno più grande era quello di visitare i posti in venivano ambientate quelle storie, solo che lei aveva un grave problema fisico che di fare spostamenti lunghi. A quel punto io le ho detto: ‘Vado io al posto tuo, faccio un sacco di foto e poi te le porto’. E l’ho fatto davvero, questo viaggio folle: due ore di volo fino a Londra, poi sei ore di treno attraversando la Cornovaglia fino alla cittadina di Penzance, dove sono ambientate le storie, e poi quattro ore di corriera per arrivare quasi al tramonto alle scogliere di Land’s End, uno dei posti più descritti dalla scrittrice. Ho fatto duemila foto a tutti i particolari, mare, aria, muschio, colori e poi, all’alba del giorno dopo, sono ripartito per Roma. Appena arrivato ho creato un album fotografico dove ho messo le pagine corrispondenti del libro accanto al posto che avevo fotografato. Sono corso a regalarlo a questa ragazza, che ne è stata felicissima”.

E poi?

Poi, a causa dei suoi problemi di salute, si è dovuta trasferire in un’altra città. All’epoca i social non c’erano e, con il tempo, abbiamo perso i contatti. Però tutto questo mi aveva fatto venire la determinazione di scrivere una storia che, a differenza della mia, finisse bene. Ho iniziato a scrivere e, libro dopo libro, sono arrivato a questa intervista”.

La storia che ci ha raccontato è talmente bella e romantica da essere già un’ottima trama per un libro.

“E infatti viene riportata anche ne “L’ultimo caffè della sera”, ovviamente adattata al suo protagonista Massimo. Questo perché lo scrittore Diego Galdino nasce proprio su quelle scogliere, mentre faceva quelle foto. Penso sempre che ci sia un motivo per tutto: il destino ha già deciso per noi, poi sta a noi decidere se seguirlo o no. Evidentemente io dovevo stare lì non tanto per quella ragazza, quanto per delineare il mio futuro”.

Quanto di lei c’è in Massimo, il protagonista di questi due romanzi?

A parte la bellezza e l’età, praticamente tutto, specialmente ne “L’ultimo caffè della sera”, dove ho messo davvero me stesso nei panni di Massimo: gli aneddoti dell’infanzia, le cose successe nel bar, le persone che sono gravitate nella mia vita. Scriverlo è stato quasi una seduta di psicoterapia: come il protagonista del libro, ho perso un carissimo amico, per me un secondo padre, una perdita gravissima per me e per il bar; poco dopo mio padre ha avuto un grave problema di salute che l’ha costretto a stare lontano dal bancone che aveva condiviso con me per una vita. Quindi sono rimasto solo sia dietro che davanti al bancone del bar. E allora ho deciso di scrivere per rendere leggendario l’ordinario, per ricordare queste persone e tante altre persone. È un romanzo romantico non solo per la storia d’amore, ma perché romanza fatti realmente accaduti”.

Che rapporto ha lei con i suoi clienti? E, al contrario, che rapporto hanno loro con lei, sapendo che è diventato uno scrittore famoso?

“Quasi il 90% dei miei clienti ormai sono diventati ‘familiari aggiunti’, tutte persone con cui sono praticamente cresciuto. Il mio è un po’ come un bar di paese, il fatto che io sia anche uno scrittore è l’unica cosa che prendono in maniera superficiale: se vedono le lettrici arrivare con i libri in mano per fare la foto con me mi prendono in giro. Secondo loro è tutta un’esagerazione, perché loro mi vedono sempre come Diego il barista. Nessuno di loro ha mai letto i miei libri, aspettano il film per sapere cosa succede. Il mio rapporto con loro non è mai cambiato”.

I suoi libri sono tradotti in 8 paesi europei e in Sud America: che effetto le fa sapere che milioni di persone si emozionano leggendo le sue storie, al punto di essere stato soprannominato il Nicholas Sparks italiano? E che effetto le fa vedere entrare nel suo bar, dove comunque lavora regolarmente tutti i giorni, persone provenienti da ogni parte del mondo con i suoi libri in mano, per farseli autografare?

“Un po’ la cosa mi imbarazza, anche se ovviamente è molto gratificante. Vedere persone che rubano due ore del loro tempo alla città più bella del mondo per una dedica o una foto con me è una cosa che davvero mi riempie di gioia. Vedere che si rendono conto che quello che hanno letto è tutto vero, che davvero sto dietro al bancone a fare i caffè è una bella sensazione, capisco che si sentono parte integrante della storia che hanno letto. Il paragone con un mito come Sparks è sicuramente una cosa che mi onora: io scrivo romanzi d’amore, quindi essere accostato al più grande di tutti mi lusinga molto”.

Diego si sente più barista o più scrittore?

“Non mi sono mai sentito barista: io lì ci sono nato, praticamente a mia madre si sono rotte le acque sul bancone dove adesso io faccio i caffè. Ho imparato a camminare qui dentro, mi sono innamorato per la prima volta in questo bar, ci ho vissuto tutta la mia vita. Il mio bar è ormai una casa, per me. Posso girare tutta l’Italia o l’Europa per presentare i libri, ma so che la mattina dopo alle 5:30 alzerò la serranda e troverò Antonio l’idraulico che vorrà il suo caffè. Scrivere mi piace e in più mi dà l’opportunità di conoscere tantissime persone”.

Quanto il caffè e Roma hanno influito nel suo essere scrittore?

“In realtà hanno condizionato solo “Il primo caffè del mattino” e “L’ultimo caffè della sera”. Il primo si può dire che era il romanzo che tutti si aspettavano, l’ultimo come dicevo è una sorta di seduta di psicanalisi in cui metto tutto me stesso. I veri romanzi d’amori, quelli per cui sono stato scelto dalla Sperling & Kupfer, sono gli altri tre. E in quelli non si parla né di caffè né di Roma. Ovviamente mi sento legato alla mia città, che è la più bella del mondo, in maniera indissolubile, quindi se attraverso i romanzi riesco a far scoprire alcuni angoli che nemmeno i romani forse conoscono lo faccio volentieri, ma – nel caso degli altri libri – non è il luogo dove ho ambientato le storie. Il caffè, invece… non so quanti milioni ne abbia fatti, nella mia vita: questa cosa mi ha sempre accompagnato e gratificato e sempre lo farà. Perché vedere un cliente che raschia la tazzina con il cucchiaino perché ha gradito molto è sicuramente una bella soddisfazione”.

galdino2

 

Quasi quanto vedere un lettore arrivare felice alla fine di un libro di Diego e non vedere l’ora di iniziarne un altro.

Gegè Mangano, un nome assai noto nel panorama dell’alta cucina italiana: eppure questa stella non arriva. Come mai?

Abbiamo fatto grandi investimenti in Casa Li Jalantuumene, migliorando il servizio e la qualità, offrendo anche quattro camere di charme… Evidentemente però, non siamo ancora pronti per la rossa.  D’ altronde la speranza è l’ultima a morire, quindi… continuiamo a sperare. Bisogna andare avanti con la caparbietà e con la testa bassa a lavorare.

L'immagine può contenere: spazio al chiuso

Anche quest’anno il grande “sorteggione” ci ha tenuti con il fiato sospeso: come giudica le recenti assegnazioni?

Mi trovo pienamente d’accordo, e le definisco più che positive, anche se (concedetemenelo)…avrebbe potuto esserci anche qualche altra stella a brillare.

Ha destato qualche polemica la seconda stella al Bistrot di Cannavacciuolo: l’esposizione mediatica, secondo lei, quanto pesa in termini di valutazione da parte degli ispettori della rossa?

L’esposizione mediatica non ha un peso rilevante. Quello della Michelin è un giudizio basato su delle guide lines che l’hanno sempre contraddistinta.

 

L'immagine può contenere: cibo

E della terza ad Uliassi cosa ne pensa?

Lui un grande chef. Quindi una sola parola: meritatissima.

E invece della debacle Cracco cosa pensa? Che passo falso ha commesso lo chef veneto?

Se dovessi rimproverargli qualcosa, gli direi che ha dato troppa importanza all’aspetto mediatico. Quanto al resto per me rimane sempre un ottimo chef, valido ed in gamba.

L'immagine può contenere: dessert e cibo

Lei è citato praticamente ovunque ed anche nella guida Michelin: come mai non riesce a fare il salto che dalla menzione, peraltrosignificativamente positiva, porti alla stella?

La stella è il sogno di ogni chef. Continuerò a sognare. E a volte i sogni si avverano.

L'immagine può contenere: cibo

Pensa che occorra strategia oltre che professionalità e capacità?

Penso che gli ingredienti per raggiungere il successo siano fondamentalmente quattro: umiltà, caparbietà, ricercatezza, qualità.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

La Sicilia porta a casa un magrissimo bottino, mentre il Piemonte è la regione in cui si mangia meglio: lei è d’accordo?

Non conosco bene la Sicilia, ma posso garantire che in Piemonte si mangia molto bene.

La sua regione è, di fatto, persino meno “luminosa” della pur penalizzata Sicilia ( anche se c’è chi sta molto peggio, nda) : come mai, secondo lei?

Abbiamo 800 km di costa, 400 km di strada lineare, mari montagne e laghi, grande materia prima, ma manca quel tratto distintivo per fare il salto di qualità.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Lei gli ispettori li ha avuti in casa: cosa pensa non abbia “funzionato”?

Continuo a pormi la stessa domanda e sono ancora alla ricerca di una risposta.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Un locale che non arriva ai 20 coperti è una nicchia, una bomboniera: quali sono gli aspetti che cura di più in sala?

I dettagli. A partire dall’ accoglienza fino al servizio.

Se dovesse ripercorrere l’anno appena trascorso, modificherebbe qualcosa per acciuffare quella stella?

Cercherei semplicemente di migliorarmi ancora nel mio universo che è la cucina, con la stessa umiltà di
sempre.

 

Alessandra Verzera

ninislide

Enzo Ninivaggi è un “ragazzo” che il successo non ha cambiato: pugliese, trapiantato a Verona, realizza una cucina straordinariamente buona fino a quando – nel silenzio del suo essere introverso e riservato – Michelin si accorge di lui. E gli conferisce la sua prima stella. Ma Ninivaggi aveva già le valige pronte, destinazione Australia.

Enzo Ninivaggi, sono passati due anni dalla “sua” stella Michelin: come commenta le assegnazioni di quest’anno?

Due anni dalla mia stella esatto,ricordo con molta gioia quel giorno .Non mi piace commentare le assegnazioni ,lascio il parere o l’assegnare le stelle a gente preposta a farlo. Possiamo avere dei pensieri ma a volte in Italia si tende ad esagerare . Gente che grida agli scandali se tizio non ha preso la seconda, un sacrilegio aver dato una stella a Caio , tutti che salgono sul carro di Uliassi quando magari nessuno di loro è andato mai a provare la sua cucina . Ho tanti amici che sono bravissimi chef ed hanno le stelle, ne ho altrettanti bravissimi senza stella .
Ormai sento gente che sa solamente dire “apriremo un ristorante e in tre anni prenderemo la stella” quando farebbe bene ad affermare che vorrebbe aprire e far mangiare bene le persone. La stella è un bellissimo traguardo ma penso sia riduttivo giudicare gli chef solo per essa.

nini8

Neanche il tempo di rendersene conto ed era già su un volo per l’ Australia, Brisbane: prendi la stella e fuggi o…?

La decisione era stata già presa con mia moglie a maggio 2016 e comunicata al mio datore di lavoro.
Ho commesso solo il piccolo errore di non comunicarlo alla Michelin e proprio in quell’anno è arrivato il riconoscimento .
Ho compreso anche perché non sia stato chiamato il giorno della presentazione sul palco a ritirare o ad essere presentato: di fatto  ero uno chef in partenza e che aveva lasciato la cucina del Color Hotel .
Diciamo che ho preso la stella e ho fatto un salto lungo 16000 km per un’esperienza di vita con mia moglie e i miei due figli .

nini7

Le manca l’ Italia? La Veranda? Nostalgie?

l’Italia manca sempre: e’ un paese magico  con tanti problemi ma con gente straordinaria che ti entra nel cuore .
Posti incantevoli e tradizione culinaria che potremmo distribuirla a tutti i restanti paesi del mondo
La Veranda ha un posto speciale nei miei pensieri. La proprietà del Color è stata la prima a darmi la possibilità di esprimermi come chef anche quando ero molto acerbo. Siamo cresciuti assieme e abbiamo fatto tanta strada .
Nostalgie per ora non ne ho. Abbiamo deciso di vivere in pieno questa bellissima esperienza e chissà un giorno dove ci porterà .

nini2

Com’è lo stato di salute della cucina italiana di alto livello in Australia?

La cucina italiana di alto livello. Bella domanda… Io vivo a Brisbane , la terza città più grande di Australia ma allo stesso tempo molto giovane. Diciamo che Sydney e Melbourne presentano diverse belle realtà di ristorazione di un certo livello , mentre qui a Brisbane si fa un po’ fatica a comprendere cosa significhi cucina di alto livello .
Il nostro progetto è proprio quello di offrire la vera cucina italiana senza compromessi. A volte sembriamo impopolari ma è solo perché amiamo tantissimo la nostra storia e la vogliamo proteggere e salvaguardare.

nini5

E nelle fasce più popolari?

Tasto dolente : qui ci sono forse i problemi più grossi . I locali che riportano sulla loro insegna “cucina italiana “ sono innumerevoli : poi leggi i loro menu e ti viene la tristezza . Una cucina contaminata con le convinzioni australiane , come carbonara fatta con la panna e pollo e aglio e cipolla ( scende una lacrima solo ascriverlo ), chicken parmigiana , porzioni enormi di pasta precotta sommerse di salse inenarrabili eccetera eccetera. Allo stesso tempo noi combattiamo perché da noi nessuno può mettere il peperoncino ovunque ,il parmigiano ovunque o il pepe. C’’è gente che ci incoraggia e apprezza questo nostro impegno ,ma c’è anche gente che pretende che si faccia come dice lei solo perché così fan tutti,  e non la prende tanto bene.

nini3

Quali sono le difficoltà maggiori che incontra? Il reperimento della materia prima? La convinzione degli australiani rispetto ad una cucina italiana ” sbagliata”?

Il reperimento della materia devo dire che è un problema minore. La persona che mi ha voluto qui , Arturo Buonocore ,nutre lo stesso amore e la stessa passione per una ristorazione fatta come si deve. Così abbiamo dei contatti con delle aziende che spediscono container con dei prodotti in esclusiva per noi. Inoltre in Australia c’è una grande qualità e varietà di frutta e verdura , buona qualità del pesce , carni molto buone e aziende che comunque grazie alle nostre critiche cercano di accrescere la loro qualità .
Come dicevo prima la colpa non è degli australiani che conoscono una cucina italiana sbagliata ,ma di gente che a volte si improvvisa ristoratore e appende una bandiera italiana solo perché fa moda o attira clientela .
Parte di queste colpe risiede anche nell’ operato di alcuni fornitori che a volte peccano proprio di conoscenza di prodotti perché il loro detto preferito recita “tanto qui nessuno capisce nulla”.
Ecco ,questi fornitori da noi hanno preso calci nel sedere : odio questo modo di fare. Se un fornitore viene da me e cerca di propinarmi la sua famosa burrata tipica farcita con il tartufo e dice che così si usa in Puglia io,a parte perdere le forze,cerco di spiegare che così facendo ammazzano le nostre tradizioni .

nini1

Per quella che è la sua esperienza, trova più facile inventare o correggere i guasti clamorosi fatti all’estero rispetto alla cucina italiana?

Correggere gli sbagli è veramente dura , ma allo stesso tempo però è una sfida che accettiamo volentieri perché spesso, se si incontra il cliente giusto al tavolo ,con una cena riesci a sconvolgergli la vita , fargli capire la pasta al dente , il vero pomodoro San Marzano , la vera bolognese , il ragù napoletano e tanti piatti da urlo della cucina italiana .
Abbiamo avuto clienti che non conoscevano  l’aspetto del tartufo vero dato che la maggior parte qui usa olio al tartufo. Ma ci sarebbero tanti altri esempi che non sto ad elencare perché sarebbero davvero tanti .
Per quanto riguarda le invenzioni ,qualcuna l’abbiamo messa in pratica .
Mi piace sperimentare nuovi prodotti, così i primi giorni australiani , quando tutti mi parlavano male della Vegimite ( un prodotto tipico australiano per la colazione ) ho voluto provarla e annusandola mi è venuta in mente la carruba e quindi mi sono detto,magari ci sta bene con un pesce .
Così e nata la salsa tocco italiano che ogni volta sorprende gli australiani,  oppure il mio omaggio che ho voluto fare a questo Paese reinterpretando la loro Pavlova .
C’è sempre modo di inventare o creare dei piatti nuovi  ,cambiare le cattive abitudini risulta più complicato. Ma non ci arrendiamo.

nini6

Lei lo sa che uno dei giudici di Master Chef Australia, durante una master class, ha dato a milioni di australiani la ricetta originale della Carbonara aggiungendo la panna?

Il discorso si collega alle cattive abitudini o alle cattive esperienze . Una volta un ragazzo italiano mi ha chiesto “ ma tu fai la carbonara italian style o English style ?”
In questa domanda c’è un universo di errori
Per gente non preparata che sta ai fornelli risulta più facile creare la crema della carbonara con la panna, e  quindi diventa automatico prepararla così e convincere gli australiani che in Italia si faccia con la panna .
E’ preoccupante se succede in Australia ma è tragico e vergognoso quando succede , e succede spesso, in Italia.
nini4

Lei è, tra gli stellati, uno dei più defilati: raramente si sente parlare di Enzo Ninivaggi. Come mai?

Ci siamo conosciuti tanti anni fa  Alessandra e ricordo con molto piacere la nostra lunga chiacchierata al suo tavolo e già allora mi descrisse come un ragazzo timido e riservato .
Ora ho solo qualche anno in più ma restò sempre lo stesso,non amo troppo apparire. Si appare sempre più spesso oggi, sembra che si faccia la gara a chi conosce più giornalisti, chi ha più servizi fotografici , chi parla di chi, chi si fa selfie , chi deve strabiliare con effetti speciali ,insomma vedo che a volte non sembra che si cucini solo per il piacere di farlo  eci sono chef in tutte le trasmissioni e in tutte le salse e reality di cucina. Siamo saturi di giacche bianche ,scuole di cucina.
Quindi perché apparire ? Ci sono altri che lo fanno e che lo sanno fare : io mi “accontento “ e sono contento di stare in cucina .

nini

Ci racconta un episodio, se c’è, che le ha fatto provare la voglia di gettare la spugna e di tornare in Italia?

La spugna per loro sfortuna io e Arturo non la butteremo mai , anche se di di episodi ce ne sono stati. Le i racconto l’ultimo
Una signora chiede il Tabasco per una pizza special che avevamo in un determinato giorno e il nostro manager le spiega la nostra filosofia. La signora, non contenta della spiegazione,  chiede lo stesso il Tabasco ad un’altra cameriera e riceve altra risposta negativa . A quel punto la signora eroicamente tira fuori la bottiglia di Tabasco dalla sua borsa e irrora abbondantemente tutta la pizza . Lei cosa avrebbe fatto?
Io mi sono limitato a guardarla , le ho fatto un sorriso e le ho chiesto se si sentisse contenta ed appagata .

 

Io la signora  l’avrei cordialmente accompagnata all’uscita ma, si sa, io sono notoriamente antipatica. A proposito di tornare in Italia: la sfiora mai il pensiero?

Con mia moglie il biglietto lo abbiamo fatto solo di andata. Il progetto è molto ampio e richiede tempo ,i miei figli si stanno ambientando molto bene e qui siamo più sereni. Il paese poi è molto affascinante .
Ovviamente ci sono delle cose che mancano dell’Italia ma noi cerchiamo di adattarci ,come è giusto che sia  ,ai loro ritmi .
Progetti futuri a lungo termine ho imparato a non farne ,anche perché due anni fa nel giro di quattro mesi abbiamo deciso di partire per l’Australia ed è arrivata la stella. La vita riserva sempre sorprese , basta essere sempre pronti a scartare quelle negative e a cogliere quelle positive .

 

Alessandra Verzera

musumeci6Incrocio la strada e la vita di Alfredo Musumeci puramente per caso, leggendo qui e li sui social e cercando di saltare a piè pari le solite diatribe politiche, le zuffe e gli insulti. Gli occhi cadono su un post, piccolo, breve: ma uno di quelli che toccano il cuore, o che perlomeno toccano il mio. In poche parole, scritte di getto da questo giovane catanese, ho avvertito la distanza, la nostalgia e – soprattutto – la voglia di rimanere abbarbicato alle origini e di non essere dimenticato. Si, perchè Alfredo Musumeci da tre anni gestisce un ristorante italiano a Taiwan con l’unico scopo di far conoscere ai taiwanesi la vera cucina siciliana. Il suo locale si chiama “Alfredo”, ma non sfrutta la facile scia delle migliaia di ristoranti con questo nome sparsi nel mondo: si chiama così perchè il suo titolare si chiama così. Cucina siciliana ma con qualche classico di cucina nazionale, come la Carbonara. Che però deve subire qualche modifica per forza di cose:

MusumeciAlfredo, ma la carbonara con il bacon e il parmigiano?

Purtroppo scelte dettate dalla poca reperibilità di prodotti. In Taiwan, sino a qualche mese fa, carni italiane e derivati erano illegali. I salumi reperibili sono di provenienza spagnola, francese ed americana e la scelta povera, guanciale introvabile. Fortunatamente le leggi sono cambiate, si iniziano a trovare alcuni prodotti di importazione italiana, ma ancora poca roba. In merito ai formaggi basta avere i giusti canali e si riesce a reperire quasi tutto e di ottimi brand italiani. La scelta del parmigiano al posto del pecorino romano è dovuta ai gusti dei taiwanesi non avvezzi ai nostri formaggi dai sapori forti.

Ma niente panna…

Quella mai! piccoli compromessi ma mai stravolgere o ci si ritrova nel mezzo della grande ammucchiata dei ristoranti “itagliani”!

musumeci5I piatti della tradizione siciliana che lei propone quali sono?

I piatti nostrani che propongo sono stati scelti in base alla reperibilità dei prodotti e cucinati come tradizione insegna. L’ispirazione viene direttamente dalle trattorie catanesi. Si inizia con un’insalata di pomodoro, cipolla rossa e ricotta salata, quest’ultima portata personalmente in valigia da Catania così come l’origano nostrano, per me insuperabile in aroma. Non può mancare la caponata, rigorosamente in agrodolce come vedevo fare a mia nonna quand’ero piccolo, e la parmigiana di melanzane con uova. Per i primi si esce un po’ fuori dall’area del catanese così da proporre le penne “co capuliatu” del siracusano, ossia un semplice aglio, olio e peperoncino con trito di pomodori secchi e rifinita con “mollica atturata” ed i bucatini al pesto trapanese, bucatini fatti in casa con tornio e trafila in bronzo, anche questi provenienti direttamente da Catania. Non può mancare il classico spaghetto al nero di seppia e i maccheroni fatti in casa alla norma. Il mio special invece è la pizza siciliana; un calzone fritto presente nell’etneo e presentato ai taiwanesi in undici varianti di farciture. Cercando di boicottare le multinazionali del beveraggio gasato, anche le bibite che offro strizzano l’occhio alla tradizione. In questo caso ai chioschi catanesi; sciroppi ai vari gusti di frutta con acqua seltz.

musumeci4Adesso riesce a reperire facilmente la materia prima?

Dopo tre anni posso dire facilmente, ma all’inizio è stata dura, soprattutto in un paese dove la lingua è davvero un grosso ostacolo. Se dovessi rifornirmi nella sola città di Taichung non riuscirei a proporre il menù di adesso; nella città i fornitori sono tutti taiwanesi con scarsa conoscenza dei prodotti italiani. Faccio arrivare la maggior parte dei prodotti che uso direttamente da Taipei, la capitale, dove sono presenti importatori italiani e la richiesta è più ampia.

E i dolci?

Anche quelli sono fatti direttamente da me e mia moglie, anche lei catanese. Non esistono pasticcerie a Taiwan come le intendiamo noi e su questo meglio sorvolare! La selezione dei dolci comprende  il tiramisù con tradizionale crema al mascarpone e zabaione a guarnire a strati i savoiardi inzuppati al caffè, una semplicissima ma buona panna cotta, un parfait di mandorle nel periodo estivo ed il cannolo siciliano con cialda fatta da me ma farcito con crema di ricotta vaccina, quella ovina è introvabile. Per tutti i dolci vige la regola del “metà zucchero”, ossia dimezziamo di solito le dosi di zucchero per andare incontro ai gusti dei Taiwanesi che non amano il dolce davvero dolce.

musumeci1Cosa apprezzano maggiormente i taiwanesi?

Non è un discorso di apprezzamento, per i Taiwanesi, oltre la classica pizza, ristorante italiano è sinonimo di spaghetti che loro chiamano 義大利麵 “Yìdàlì miàn”. Nonostante le paste fatte in casa e gli sforzi per proporre quello che per loro possa essere una novità, ci sarà sempre il tavolo che chiederà di cambiare il formato di pasta con gli spaghetti. Spaghetti, a prescindere dalle salse con cui sono combinati. Seppur di larghe vedute le loro tradizioni a tavola sono dure da cambiare anche quando si va a mangiare in ristoranti che non hanno a che fare con le loro tradizioni; piatti messi rigorosamente a centro tavola, li porterà a mischiare sapori dissonanti tra loro nello stesso piattino in cui mangiano.

E’ soddisfatto di questa sua scelta estrema? La rifarebbe?

La rifarei. Taiwan mi ha permesso di poter realizzare con estrema facilità e semplicità un progetto che difficilmente si sarebbe potuto realizzare altrove. La burocrazia snella, la pressione fiscale al 5%, la delinquenza inesistente e tanti altri fattori come la molta distanza dall’Italia, che viene vista come un mito nell’ immaginario della gente locale, la collocano come meta ideale per chi, italiano come me, vuol mettersi in gioco investendo cifre quasi irrisorie.

musumeci2Taiwan però non è esattamente un’isoletta con i suoi circa 26 milioni di abitanti, e Taichung è una citta dinamica ed attiva: con quasi 3 milioni di abitanti cosa è stato a farle scegliere questa destinazione?

Tutto nasce con un viaggio di piacere nel 2012 a Taipei con mia moglie. Il primo impatto fu negativo, città troppo dissonante per i canoni di un siciliano; troppi grattacieli misti a tradizioni cinesi, strade sopraelevate a più livelli che occludono la vista del cielo. Ci trovammo malissimo soprattutto nel reperire pasti; odori nauseabondi e gusti improponibili. La ristorazione italiana era, ed è tuttora, uno scopiazzamento di ricette italo/americane ritoccate ancor più per venire incontro ai gusti dei taiwanesi, roba da rabbrividire. I veri ristoranti gestiti da italiani erano presenti, seppur pochi rispetto ad oggi, e dai costi molto alti. Si capiva da subito che la concorrenza era agguerrita. Ritornai da solo nel 2015 per visitare la città di Taichung. A differenza della capitale la città era completamente sprovvista di veri ristoratori italiani, terreno vergine al 100%, ed i molti ristoranti fake Italian proponevano il solito trito di accozzaglie improponibili. La città, a primo impatto, mi rese l’idea di una vita più tranquilla, provinciale. Ricca di ampi spazi verdi ed una impostazione urbanistica più ordinata mi fece capire che avrei potuto viverci. Stilai un business plan e realizzai subito la semplicità di investimento.

musumeci3Lei ha cambiato vita e lavoro: non era cuoco infatti quando viveva a Catania.. Come è successo?

Nella mia vita mi sono sempre diviso tra musica e ristorazione. Da ragazzo ho lavorato parecchio nei ristoranti sia in sala che in cucina. Mi ha sempre appassionato saper cucinare e la giusta etichetta in tavola, mi definisco un mangione che usa criterio. Ho sempre seguito le parole di mia madre; “impara l’arte e mettila da parte”. Adesso ho potuto mettere in pratica l’esperienza accumulata. Prima di trasferirmi mi sono occupato per oltre un decennio di musica a 360 gradi. Sono fonico ed ho sempre bazzicato tra studi di registrazione arrivando a possederne uno tutto mio. Mi sono anche occupato di organizzazione di eventi musicali di alto livello avendo lavorato all’interno di quella che era un tempo Musica & Suoni. Purtroppo, a causa della crisi che ha colpito l’ambito musicale più di ogni altro, mi son ritrovato a dover lavorare tanto senza più avere quella gratificazione che rende felici. Un bel giorno, dopo un ulteriore stress, decisi che era arrivato il momento di applicare quello che definivo il piano “B”, mollare tutto e andare via dall’Italia.

Rimpianti?

Nessuno, anzi! Andando all’estero ci si rende conto che noi italiani siamo gente speciale. Mi spiego meglio: il nostro punto di forza, a parere mio, è quello del saperci arrangiare. Abbiamo sviluppato un know how che ci rende capaci di tutto, dote che si capisce solo fuori casa. Oggi posso dire che non mi spaventa più niente, mi sento forte e con le capacità di poter lavorare ovunque nel mondo.

Nel suo futuro c’è Taiwan o l’ Italia?

Sicuramente non l’Italia. Facendo i paragoni con le realtà estere ci si rende conto che il nostro paese non è più in crisi, ma decaduto. Abbiamo una ricchezza mal gestita che all’estero sarebbe oro colato. Fin quando non cambieranno i metodi gestionali, le leggi e le sue applicazioni, non si riuscirà a fare impresa da noi, né tanto meno  si potrà sperare in un lavoro ben pagato e senza sfruttamento. Taiwan… non so, sono un po’ stanco di arrancare con la lingua locale ed il caldo infernale dell’interminabile estate taiwanese. Il mondo è tanto grande!

Alessandra Verzera 

0 413

timballoarmettaSi è espresso così Giacomo Armetta, cuoco e ristoratore palermitano, a sèguito della polemica tra la Feltrinelli e gli eredi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dopo il diniego da parte della casa editrice alle celebrazioni proposte in occasione del sessantesimo anniversario dall’uscita del celebre romanzo “Il Gattopardo“.

Possiamo far finta di dimenticare un consistente pezzo di storia “ – ha ribadito Armetta – ” e possiamo politicizzare persino un romanzo ed anche un film, ma non possiamo negare l’enorme bagaglio gastronomico che l’epoca borbonica ci ha lasciato. Di fatto, anche i più severi oppositori delle tematiche proposte da Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo, successivamente riprese da Luchino Visconti nel film omonimo, consumano quasi ogni giorno una pietanza le cui radici affondano proprio in quell’epoca. Il gattò di patate, ad esempio, o la semplicissima pizza marinara. Insomma, le tavole di tre quarti d’Italia sono costanti testimonianze dell’epoca borbonica”.

armettasartùAl di la delle connotazioni politiche, rimane un fatto innegabile: la cucina siciliana tradizionale è di origine borbonica, introdotta dal Monzù – quei cuochi francesi che lavorarono per i sovrani durante l’epoca del Regno delle Due Sicilie, sia a Napoli che successivamente a Palermo, dove vennero chiamati Monsù. Essere Monzù e Monsù non era da tutti nè per tutti: il titolo spettava solo a quei cuochi altamente specializzati che lavoravano presso casati nobiliari, a differenza dei cosiddetti “ cuochi di paglietta“.

Naturalmente, oltre ai cuochi francesi venuti in Italia ad allietare le tavole reali, si formarono poi nuovi Monsù sia napoletani che siciliani: proprio nel corso di Expo 2015 è stata messa in risalto l’opera dell’ultimo Monsù siciliano, Mario Lo Menzo, che ha svolto la sua attività per 50 anni al servizio della Famiglia dei Conti Tasca D’Almerita, tra la tenuta di Regaleali a Valledolmo nel territorio delle Madonie e la Villa Tasca a Palermo. Siamo pertanto inscindibilmente legati alla tradizione gastronomica dei Borbone e proprio nel romanzo di Tomasi di Lampedusa venne introdotta la figura storica del Monsù Gaston, e nel romanzo “I Vicerè” di De Roberto.

antipastoborbonicoPur non entrando nel merito delle scelte aziendali di Feltrinelli in occasione di questo anniversario, ho deciso di dedicare una giornata alla cucina borbonica e, nello specifico caso dello scorso giovedì sera, ho realizzato in esclusiva il piatto “principe” dell’epoca borbonica e gattopardiana: il Timballo del Gattopardo. A fine cena anche una piccola chicca: il biancomangiare. La soddisfazione più grande è stata quella di avere scoperto tanti giovani attratti da questi echi della tradizione: una giovane donna, tra l’altro, mi ha ringraziato per averle fatto conoscere il biancomangiare, di cui non aveva mai sentito parlare: naturalmente mi ha chiesto la ricetta. La cosa mi ha reso particolarmente felice dato che nella mia semplice e modesta Osteria mi propongo non soltanto di servire ottimo cibo a prezzi estremamente contenuti ma anche – e soprattutto – di diffondere la cultura gastronomica locale, quale patrimonio storico e culturale fortemente identitario della Sicilia e del meridione d’ Italia”.