Editoriale. Il Natale che sa di buono, anche se buono non è

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palline_di_natale_5Ci risiamo. Puntualmente si torna a respirare aria di Natale, di festa, di bontà. Poco importa se la bontà in realtà è sfigurata da un serpeggiante sentimento di intolleranza e di fastidio diffusi: quello che conta sono gli addobbi, le luci, i pacchetti. E le palle. Soprattutto le palle. Soprattutto quelle che il mondo ci racconta, quelle che i governi ci tirano addosso da schermi televisivi e da studi di vari TG mondiali.  Soprattutto quelle di chi ci dice che va tutto a gonfie vele, mentre ognuno di noi avverte l’esatta e fastidiosa percezione del contrario, pensando ad una propria e personale inadeguatezza piuttosto che ad una slavina mondiale di insuccessi e fallimenti di varie carature.

Profeti e Cassandre, dispensatori di giudizi, pensatori  d’accatto, cattedratici discutibili, dirigenti scolastici impopolari, Cristi e crocefissi rinnegati, presepi smantellati: tutto in nome di una non meglio definita accettazione, o tolleranza, o integrazione. Parole tanto lunghe quanto spesso vuote dietro le quali si cela la più breve, ma infinitamente più significativa, parola “paura”. Si perchè tutti i proclami e le condiscendenze di cui sopra non ci sfioravano neanche la mente prima delle bombe e delle carneficine. L’11 settembre ebbe un’onda d’urto abbastanza importante ma – concettualmente –  per molti “l’America è lontana” , e quindi nulla minacciava significativamente  il pianerottolo di casa. Oggi no. Oggi il “nemico” consuma il caffè al bar insieme a noi. Ed ecco che, in una paradossale manipolazione persino della lingua italiana, si assiste ad una maggioranza che vuole ad ogni costo integrarsi in seno ad una minoranza. Perchè la teme maledettamente. Questo succede, che ci piaccia o no. Perchè la maggioranza smantella il presepe per non offendere la minoranza; ma solo perchè la minoranza si fa saltare per aria senza troppi complimenti. Perchè, lasciatemelo dire, se la  minoranza da compiacere fossero piccoli drappelli di pacifici Mormoni tutti uguali non ce ne fregherebbe assolutamente niente di inquietarli  o meno.

direttore1La necessità che fa virtù, oltre una certa estensione del concetto, è un orrore persino peggiore della paura stessa e della stessa necessità. In tutto questo “Tu scendi dalle stelle” suona come bestemmia per molti: le recite scolastiche di Natale sono state violentemente soppresse e noi, che abbiamo foto arcaiche da mostrare ai nostri nipoti di quando impersonavamo Madonne, pastori e Re Magi, registriamo sguardi annichiliti di chi si chiede  il significato di una tale “mascherata”. Perchè oggi non si recita più: il mio record personale di presenze nei panni dell’ Arcangelo Gabriele che annunciava la nascita di Gesù è chiuso in me  e condiviso dai miei genitori come un ricordo sbiadito, fuori moda, forse anche ridicolo se non vergognoso.  Siamo una popolazione mondiale che rinuncia giorno dopo giorno alla propria storia, che non preserva più nulla, che non rinsalda niente, che non custodisce la memoria di sè stessa, cedendo piccole e grandi identità. Che si aggira guardinga e vagamente impaurita da chi, solo poco tempo fa, la infastidiva soltanto. Si, perchè è cambiato l’atteggiamento nei confronti del “diverso”, ed il parcheggiatore abusivo di colore di qualche anno fa – che molti cacciavano via con urticante sufficienza –  all’improvviso desta la graffiante domanda : ” e se fosse proprio lui uno di loro?” , in cui per “loro” si identifica un nemico indiscriminato, descritto  dall’immaginario come spesso in effetti non è. Descritto ed identificato nella pelle scura. Che spesso invece non ha. Abbigliato con cinture esplosive che per fortuna quasi sempre non indossa.panettone E dalla paura generata dal dubbio stringente nasce una sorta di benevolenza obbligata.  Ma fioccano pacchetti e stuoie rosse davanti a negozi sempre più vuoti e palline colorate appese ad alberi di  famiglie sempre più scarne ed annoiate, che fanno festa perchè così è scritto sul calendario ma che hanno perso il senso stesso della festa, dell’essere insieme, del parlare insieme, dell’amare insieme, del sedere accanto, dell’annoiarsi con gioia nei lunghi pomeriggi di tombola, famiglie i cui componenti sono fisicamente in un luogo ma altrove con i pensieri, dove i sogni sono ormai lussi e dove le speranze sono stanche di essere disattese, insieme ai progetti cui speravano di dare corpo. Che non inviano più cartoncini d’auguri, ma messaggi “seriali” persino ad anziani che hanno cellulari d’emergenza e che quei messaggi non li leggeranno mai perchè, semplicemente, non sanno farlo.

tombolaRimane il gusto per il cibo, per la tavola e per le grandi tradizioni culinarie del Natale? Neanche tanto, a dire il vero. Le deroghe ai fastosi e luculliani pasti festivi sono segnati dalle famose palle di cui prima, che ci raccontano di riprese e di risalite in un Paese che annaspa alla ricerca dell’aria in superficie con sacchi di sabbia legati alle caviglie che tirano irrimediabilmente  verso il fondo.

Che dirvi? Ricoprivi di pessimismo cosmico? No, ci mancherebbe. Basta la realtà. Raccontarvi per la milionesima volta la ricetta del Panettone? Non se ne parla proprio: tanto sappiamo bene che non lo faremo mai in casa. Farvi gli auguri di Natale? No: non vorrei che qualcuno si offendesse di cotanta arroganza. Però vi faccio tantissimi auguri di “fascia B”, generici. Che servono davvero tanto e che servono davvero a tutti. Comunque la pensiate.

Alessandra Verzera

 

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