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Editoriale : Tempi duri per l’Happy Hour

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happy hourNasce a Milano e ben presto si diffonde in tutta la Lombardia per varcare i confini della regione e tracimare in tutta Italia: è l’ Happy Hour. Una formula di successo per oltre vent’anni e che consiste nella consumazione a prezzo fisso di una bevanda ( normalmente un aperitivo, uno spritz, o un calice di prosecco) accompagnata dalla solitamente ampia scelta di stuzzichini ad un buffet “libero”.
Ovviamente i prezzi dell’offerta tardo pomeridiana sono sempre stati variabili, oscillando dai cinque ai dodici euro, a seconda delle città ed anche ( e forse soprattutto) della qualità del cibo offerto al buffet.
L’Happy Hour più caro per gli italiani è sempre stato quello milanese, seguito da quello caprese, con una spesa media di undici euro. Il più economico, quello consumato a Napoli e a Palermo con una spesa media di cinque euro.
happyhourPerò c’è sempre stata in agguato una gabola insopportabile: se, nel corso delle due o tre ore che un locale dedica all’Happy Hour, un avventore dopo la normale consumazione desidera acquistare una coca cola, allora la pagherà al prezzo intero dell’ Happy Hour, quindi anche dodici euro per una lattina di Coca, in soldoni. Questo balzello, particolarmente sgradito agli avventori, non è però applicato in tutti i locali. Chi lo applica obietta che pur acquistando un’altra qualsiasi bevanda ( fosse anche acqua minerale), di fatto un utente “permane” all’interno del locale e perciò, essendo il buffet libero, può tornare a riempire di nuovo il piatto più e più volte: da qui l’esigenza di far pagare cinque ( o anche dodici) euro persino una bottiglietta d’acqua. Perché, di fatto, comporta un altro “rifornimento” al buffet, o quantomeno non lo esclude, e serve- secondo i gestori- ad ammortizzare i costi. E dunque arriva l’obiezione dei clienti: se il buffet è comunque libero, e se si possono consumare i cibi senza limitazione acquistando una sola bevanda, perché pagare l’acqua a prezzo esorbitante, se per mangiare a sazietà basta acquistare un solo ticket? Tutti hanno torto e tutti hanno ragione.
happy-hour2Ma non è questo lo scoglio su cui va ad impigliarsi una trovata imprenditoriale di successo che ha tenuto banco per oltre un ventennio. Lo scoglio,anche in questo caso, è rappresentato dalla crisi
Atteso il fatto che, il più delle volte, sui buffet dimorano preparazioni di non elevata qualità, ecco che soprattutto i più giovani, stanno abbandonando la consuetudine dell’ Happy Hour per potersi concedere – più raramente ma con più soddisfazione –un’ottima pizza o addirittura una cenetta di ottimo livello.
Insomma, meglio mangiar bene una volta a settimana piuttosto che ingozzarsi di cibo di scarsa qualità ogni sera, sia pure ad un costo ancora tutto sommato contenuto.
happyEd ecco la flessione: il consumatore medio dell’Happy Hour, che gravita in una fascia di età tra i 20 ed i 40 anni, comincia a disertare i buffet. Forse stanchi di patate lesse, o di insalate di riso o di frittatoni, gli italiani ritrovano il gusto del mangiar bene o, al limite, del cimentarsi in cucina preparando per sé stessi e per gli amici un Happy Hour casalingo.
Cade dunque un colosso della movida delle città, che è stato nei decenni, simbolico dell’ “Italia da bere” e che è servito anche a socializzare, a conoscere gente nuova scegliendo lo stesso stuzzichino e, soprattutto, una formula che ha consentito per anni ed anni agli italiani di concludere una giornata lavorativa con un drink e quattro chiacchiere consentendo loro ( specie ai singles) di tornare a casa la sera senza doversi piazzare ai fornelli: l’Happy Hour infatti per moltissimi non costituisce semplicemente un aperitivo ma un valido sostituto della cena.
Il successo e la diffusione dell’ Happy Hour – da alcuni ribattezzato apericena, a sottolineare una particolare abbondanza e varietà di scelta al buffet – si ridimensiona.
Ci mancherà? Diffcile dirlo. Ed è veramente un altro figlio della crisi, o non piuttosto una sopraggiunta maggiore consapevolezza per ciò che consumiamo, per i suoi valori e per la sua qualità? Che gli italiani stiano diventando salutisti? Non è detto, visto che nei migliori Happy Hour in giro per la penisola esistono buffet vegetariani, di cruditè e di altri prodotti scarsamente calorici e virtualmente privi di grassi.
gucci2Certo però è quasi impossibile credere che la crisi impedisca ai più di spendere ancora cinque ( o al massimo dodici euro) per una serata tra amici, tra Martini e finger food: magari agli stessi che in questi giorni fanno code estenuanti davanti alle boutiques delle griffes in cui sono iniziati i saldi, sgomitando per accaparrarsi la prima scelta. Anche questo uno dei tanti controsensi di un’Italia che boccheggia ma che spende, che dice di voler riciclare ma che sciama nelle vie prestigiose dello shopping nazionale oberata di buste con su stampati nomi di grido.
Anche la crisi conosce delle deroghe, evidentemente.

(Foto sopra : milano.repubblica.it)

Alessandra Verzera

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