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EDITORIALE: L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA

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“Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato”

Uno dei libri più belli mai scritti, in epoca contemporanea e – per quanto mi riguarda – mai letti, insieme a pochissimi altri tra cui – uno su tutti – l’ “autoctono” Gattopardo.

La memoria del cuore: memoria tanto più lunga quanto più è grande un cuore. E quello degli italiani sicuramente è tra i più grandi e pulsanti del mondo. Ecco perché l’Italia ed i suoi abitanti nativi e non, usciranno dall’impasse con il cuore ancora più grande ed ancora più fortificato. E questo riguarda la situazione economica nella quale l’Italia è sprofondata, essendone perfettamente consapevole dato che gli sprechi milionari sono sempre stati sotto gli occhi – appannati – di tutti.

Melensaggini della domenica mattina? Mica tanto. Non passa giorno che non si verifichino tragedie di immane proporzione: che muoiano dei nostri figli e che altri rinuncino a vivere per sempre,  carnefici degli altri e di sé stessi.

Queste righe, fuori contesto in un giornale di enogastronomia, sono dedicate alla piccola Carmela Petrucci : una mia giovane concittadina che frequentava la scuola che anche io ho frequentato, alcuni decenni fa.

Alcuni decenni fa, quando l’unica preoccupazione che ci agitava fino al midollo era riuscire ad estorcere un motorino ai nostri genitori, e quando i coltelli ci servivano per affettare il pane, nelle scampagnate tra compagni in un giorno di “marina”.

Ai miei tempi si diceva ancora “ Ho fatto L’Ora”, memoria sdrucita di quando ancora la gente – sotto i portici di Piazzale Ungheria e al sempiterno Bar Mazzara, leggeva le pagine di quel martoriato giornale che peraltro proprio in Piazzale Ungheria aveva sede.

Oggi i figli vanno a scuola, e a volte tornano a casa. E non sono al sicuro neanche li: neanche nei pochi metri che li separano dall’androne alla loro cameretta.

Sarebbe troppo complesso analizzare le molle che scattano dentro all’animo umano – laddove un cervello è evidentemente sopito. Sarebbe complesso  e assai al di fuori della mia portata. Ma una cosa balza agli occhi: l’escalation di violenza è inarrestabile. Un fatto sociale? Chi può escluderlo?

Chi può escludere che i vari “terrorismi” mediatici – partendo da paventate sciagure naturali ad alquanto concrete miserie collettive –  non abbiano effetti devastanti sulla psiche dei più giovani?

Faccio un’ipotesi sicuramente azzardata e dunque come tale dovrete leggerla: non è possibile che questo clima di sopraggiunta precarietà e provvisorietà abbia improvvisamente tolto valore alla vita? Non è possibile che nelle menti più giovani e più deboli si sia instaurata l’insana certezza che “tanto andremo tutti a sbattere” e che quindi Carmela, o Melania, o qualunque altra donna e qualunque altra vita, valga davvero poco perché tanto la sua sorte è segnata da altri eventi e da altri fattori incontrollabili ed indipendenti dalle individuali volontà? Delirio? Forse. Ma mi piace pensare che questi anni non abbiano prodotto nei nostri figli una cattiveria genetica, né tantomeno una follia congenita: mi piace pensare, chiamando in correo  ciascuno di noi, che ognuno di noi abbia la sua piccola, infinitesimale, parte di responsabilità nella progressiva perdita di valori e di stabilità. Molta gente negli ultimi anni ha perso la casa, l’auto, l’azienda, e spesso anche la vita. Non è possibile che il pensiero di perdere “anche” l’amore, e dunque un porto sicuro, un punto fermo, risulti veramente insopportabile in equilibri già minati dall’atmosfera greve di questi anni?

Di chi sono i figli che ammazzano gli altri figli? M soprattutto, chi sono i figli che ammazzano gli altri figli?

Sono figli, tout court. Sono stati concepiti e partoriti. Sono stati bambini ed hanno vissuto il loro primo giorno di scuola con le farfalle nello stomaco. Hanno scritto la prima sillaba e letto la prima parola: tutti indistintamente nello stesso modo; tanto i carnefici quanto le loro vittime.

Ma perché poi uno di questi figli colpisce alla cieca, determinato all’eliminazione di un essere umano, chiunque esso sia?

Il caso della piccola Carmela è emblematico di quel pentolone che sobbolle borbottando ed il cui coperchio prima o poi salta con effetti devastanti. Carmela non era infatti l’oggetto della rabbia, del dolore e della volontà omicidiaria di Samuele: lei si è solo frapposta tra questo giovane uomo e la donna che aveva deciso di ammazzare pur amandola. Ma è impensabile che lui non si sia accorto del fatto che stava colpendo la sorella e dunque un’altra persona.

Era quindi un’esigenza impellente di morte quella che non ha saputo fermare la mano di questo giovane?

Era il coperchio di quel pentolone che doveva saltare, in quel luogo, in quel momento ed in quelle modalità?

Che rassegnazione potranno mai trovare quei quattro genitori? Si perché ricordatevi che anche l’assassino è un giorno nato come tutti gli altri bambini, e che è vissuto tra scuola, famiglia e giochi come tutti gli altri bambini: o perlomeno quasi tutti.

Se i genitori di Carmela piangono devastati la morte assurda della loro piccola e pregano per la salvezza dell’altra, non pensiate che i genitori dell’omicida possano stare meglio: colpiti anche dalla vergogna, oltre che dal dolore, oggetto e bersaglio del pubblico odio, che è capace di esternazioni a volte estreme che colpiscono  forse più della morte stessa.

Quale pena per questo individuo? Inutile invocare la pena di morte, o la legge del taglione: inutile e deleterio anelare alla giustizia sommaria. La cosa più logica ed anche più scontata sarebbe quella di pensare ad una pena severa e giusta, da espiare in toto. Sappiamo perché ce lo raccontano le cronache, che questa tanto agognata “giustizia giusta” è una sorta di inacciuffabile chimera: Erika De Nardo ne è la prova provata.

Ma cosa c’è dentro ad un corpo che si muove per uccidere? Leggete questa frase, e cercate di leggere tra le righe da dove può provenire quel disagio e fin dove può aver spinto: “L’unica cosa che non si può cambiare è la perdita di chi ami”. Lo ha scritto Samuele Caruso, l’omicida.

Quali altre cose sperava potessero cambiare, questo Samuele Caruso, morto insieme alla sorella della sua ex fidanzata pur respirando ancora? Quale mondo sperava che non finisse mai, o quale devastante terremoto sperava non arrivasse mai, questo scellerato giovane? Quale miseria sperava di non dover mai vivere?

Non giustifico né do attenuanti a questo gesto orrendo, ma mi interrogo su cosa siamo diventati e su chi siano diventati i nostri figli, e se non sia anche colpa nostra e del clima di forte tensione e disagio in cui molti dei nostri figli adolescenti si dibattono nel tentativo di divenire uomini e donne.

Ed è su questa riflessione che vi lascio e che lascio me stessa, insieme a quella bella frase di quel libro straordinario: forse oggi non si ha più la forza né la tempra  per sapere, per capire – ma soprattutto per credere – che “la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato”.

Alessandra Verzera

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