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Editoriale. Breve storia di Natale e un grande augurio d’amore a tutti voi

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albero-di-natale-conca-doroUn altro Natale è alle porte e, ripercorrendo gli ultimi trascorsi, la terribile sensazione è che la ricorrenza si vada via via ed inesorabilmente  svuotando di gaiezza e di significati. Non si riesce più, almeno per quanto percepito in giro, a “chiudere”. A serrare i propri ranghi e ad immergersi in un’atmosfera magica e tutto sommato artificiosamente edulcorata, togliendosi dalle spalle almeno per una questione di ore il peso degli affanni, dei debiti, dei pastrocchi governativi, delle tasse e dei tanti balzelli che deteriorano ineluttabilmente la qualità della vita. gingerbread-menE del resto come si potrebbe? In un preciso momento storico in cui anche guardare bancarelle di palline e dolciumi evoca immagini troppo crude e troppo recenti, come si potrebbe addentare serenamente un omino di zenzero o sperdersi tra gli effluvi di cinnamomo e chiodi di garofano? No, questo non è più di questo mondo: non è di questa epoca. Un’epoca in cui la casette di Santa Claus ed i  mercatini divengono ragione di dibattito politico, o pericolosi obiettivi sensibili e sulla cui opportunità di esistere si discute – dato che costituiscono un pericolo sociale –  è un’epoca che non ha niente di bello da raccontare a noi che abbiamo una memoria, nè da regalare a chi la memoria incomincia a costruirla adesso. casa-babbo-nataleGuardare lo sfavillio dei banchi della “spesa delle feste” e rievocare sacchetti che volano per aria, e caramelle sparse sull’asfalto, e cartoline non spedite e pranzi non consumati, copre di mestizia, attutisce i suoni, ovatta i saluti e vela gli sguardi. L’attacco è al cuore della festa, della tradizione: l’attacco è alla gioia dei bambini, dei loro sorrisi e delle loro attese. L’attacco è alla famiglia, all‘albero di Natale. L’attacco è di particolare viltà, destinato a farsi ricordare per sempre.bambini_siriani_bombe Ma d’altra parte già  nella nostra mente e nei nostri occhi vivono ed albergano immagini di un mondo in frantumi che nulla riesce più a rimettere insieme. Non si può prendere tra le mani una scatola di cioccolatini e non pensare ai bambini di Aleppo. Non si può sfiorare un pelouche e non pensare alle loro faccine, ai loro capelli e al fatto che drammaticamente essi stessi sembrano spesso quasi dei pupazzi esposti agli sguardi ed all’impotenza di chi – in un’altra parte di mondo – arriccia nastri e spara mortaretti. Non si può capire il valore di un mortaretto, se  si abita a Ginevra; non si può capire il boato di un mortaretto che a Ginevra regala un sorriso e ad Aleppo elargisce la morte. bimbo_sirianoNon si può capire il calore ed il crepitìo di un camino, se non si rischia di morire assiderati.  Ed il fatto che tutto ciò non sia una colpa individuale fa si che sia una colpa collettiva: ben peggiore, ben più grande, ben più drammatica.  Di cosa dovrei parlarvi oggi in questo editoriale che prelude alla festa più tenera dell’anno? Delle belle selezioni di prodotti di altissima gamma che ho visto nei negozi? stiltonCertamente, ho visto vasetti di terracotta deliziosi contenere il fantastico, il mitico Blue Stilton, o vaschette di cristallo lucente racchiudere il miglior caviale russo. Di questo potrei dirvi e di questo smodato, ma forse al contempo anche ingenuo, tentativo di vivere qualcosa sopra le righe che anneghi, ottenebri, ottunda, sedi, anestetizzi. Cosa posso dirvi delle incredibili selezioni di ogni tipo di salmone che esista in natura? Che tutti messi in fila li riconosci già dal colore e dalla texture delle carni? Certamente si: la Scozia, l’ Irlanda, la Norvegia, l’emergente Alaska qualitativamente ineccepibile. caviale-russoNon c’è dubbio.  Ma posso dirvi dei prodotti locali, artigianali, vestiti a festa in vasetti sormontati da piccole trine e nastrini colorati: le creme di pistacchio, i patè di mandorle, i formaggi morbidi arricchiti dalle noci. Non manca niente, non manca proprio nulla. Forse manca un po’ di cuore, ci manca l’anima, ci manca un sorriso che si sforza di venire fuori. E sono loro, gli anziani, a colpirmi al cuore. Loro che trascinano carrelli e si apprestano ad allietare i nipotini con un peso sul cuore. Con la domanda che è quella che ricorre da un po’ : “ cosa ne sarà di loro quando noi non ci saremo più? In che mondo invecchieranno loro?”.  E poi loro li vedi, i piccoli: e ti chiedi chi andrà dove,  a fare cosa e se mai tornerà. Se la sua vita finirà per mano di qualcuno che non sapeva di dover essergli nemico o se avrà il privilegio di invecchiare e di fare qualcosa di buono. In una sorta di delirio e di vaneggiamento guardi un bambino e pensi che, magari fra trent’anni, salverà le sorti di questo Paese e forse quelle del mondo.
Un grande diplomatico, un grande statista, oppure  qualcuno che rinnegherà Dio e patria convertendosi alla logica dell’eliminazione del diverso da sè. Non voglio dilungarmi oltre perchè non compete a me e non è di questa sede affrontare tematiche in equilibrio sul vuoto.barcone-immigrati-258 Però oggi è successo a me. Oggi tra quelli con gli sguardi vuoti che non sentono neanche il “Jingle Bells” che imperversa quale ininterrotto sottofondo c’ero anch’io. Anche io mi aggiravo un po’ a casaccio tra le tante offerte e le tante facce spente. Fino a che, accortami del fatto che era ben oltre l’ora di pranzo, mi sono messa in fila per acciuffare una “ravazzata“.  Guardandomi intorno poi non c’era neanche uno sgabellino disponibile su cui appoggiare la mia bottiglietta d’acqua. Ma c’erano due ragazzi ad occupare un tavolinetto grande quanto un francobollo e appollaiati su due sgabellini. Due giovani uomini. Non so se tunisini, o marocchini, o algerini, o egiziani. Di certo non avevano gli occhi azzurri nè i capelli biondi e di certo parlavano la lingua araba. Non nascondo che un pensiero banale mi abbia trafitto la mente. E’ stato allora che i due si sono alzati e mi hanno ceduto il posto, sistemando i miei pochi pacchetti su uno dei due sgabelli. E loro non avevano finito il loro pranzo. Stavano consumando una ciotola di lattuga, mozzarella e pomodori. Ed è stato allora che uno dei due, immagino poco più che ventenne, mi ha detto: ” siedi tu signora, tu sei stanca“. Ecco. Non ho comprato molto oggi, ma ho ricevuto tantissimo. Non ho comprato tanto, ma ho regalato diffidenza.  sirianiE questo è un pensiero che, molte ore dopo, mi fa ancora assai male.  Cosa dire? A Natale forse il gesto di valore è regalare un posto a sedere, uno sgabello, una mano che sollevi dei pacchetti. E ricambiarlo significa spazzare la diffidenza e vedere che lascia il posto ad un sorriso e ad un momento di commozione vera.  Il regalo vero da fare e da farsi è trovare un residuo di speranza e di volontà, e ricordarsi che forse è proprio vero che laddove la bellezza non potrà salvarci forse potrà farlo l’amore.  Questo è il mio augurio di Natale ai miei lettori e a chi mi segue. Cucinate con amore, cantate con amore, guardate agli altri con amore.  Regalate speranza ed entusiasmo. Ma non dimenticatevi di loro: che siano loro il monito dei giorni che verranno. Non dimenticatevi delle caramelle sparse sull’asfalto, delle cartoline di auguri mai spedite,  nè dei bambini con i capelli che sembrano di stoffa.  Non dimenticateveli. Ed amate.

Da parte mia, dell’editore, della mia redazione e  dello staff tecnico, giungano a tutti i migliori auguri di serenità e salute.

Alessandra Verzera

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