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Caffè: chi l’ha detto che fa male? Da Palermo arriva il giusto verdetto

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Chi l’ha detto che bere caffè può creare seri problemi all’organismo umano? Sfatato, ed era ora, questo allarme che per anni, anzi da sempre, ha provocato non pochi disagi ed interrogativi a quanti abitualmente ogni giorno fanno consumo della “bevanda nera”. Trecento milligrammi di caffeina, in pratica 3-4 tazzine di caffè al giorno, non solo non creano alcun problema, ma possono anche apportare benefici all’organismo (A. Fi.)

 

 

 

Da secoli l’interrogativo è sempre lo stesso. Bere caffè fa male o bene? In particolare il caffè è stato associato a sintomi e disturbi del tratto gastrointestinale e, di conseguenza, il suo consumo viene talvolta sconsigliato a pazienti con disturbi gastrointestinali. È ancora diffusa la generica convinzione, inoltre, che il caffè possa essere un rischio per la salute.

D’altra parte, diversi studi epidemiologici hanno suggerito che il consumo moderato di caffè, oltre a non avere effetti nocivi, possa addirittura avere effetti favorevoli nella prevenzione di alcune patologie epatiche (cirrosi, neoplasia), dei tumori dell’intestino, compreso quello al colon, e forse anche di altre patologie dell’apparato digerente e persino il morbo di Parkinson, oltre ad un generale miglioramento delle capacità cognitive.

Per gli amanti della più italiana delle bevande la buona notizia, che mette la parola fine ad una “querelle” arriva direttamente da Palermo, dove sabato scorso, si è svolto un simposio scientifico “Coffee perspectives: ruolo del caffè negli stati fisiologici e patologici”.

 

“Il consumo di caffè – ha spiegato la dottoressa Giuseppina Catinello, dietista e dottore magistrale in Scieze delle Professioni Sanitarie, rappresentante regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Andid (Associazione Nazionale Dietisti) – rientra pienamente a far parte a far parte delle abitudini alimentari e della quotidiana regolarità di assunzione dalla maggior parte della popolazione sana o con patologie e proprio per tale motivo è stato oggetto di verifiche da parte della ricerca scientifica”. Il caffè per tanti secoli è salito parecchie volte sul banco degli imputati. Correlato molto spesso a cattive abitudini quali il fumo da sigarette e squilibrati apporti nutrizionali.

“Il problema – ha aggiunto la Catinello – sta nel fatto che la popolazione necessità di programmi d’intervento verso percorsi educativi e/o dietoterapeutici condivisi in interdisciplinarietà con il dietista o personal nutrion trainer, come molto spesso definito, programmi soprattutto finalizzatri a facilitare il processo decisionale scaturente da un cambiamento graduale delle proprie abitudini sicuramente concordato e non prescritto e supportato dall’esperienza di dietisti esperti”. Non a caso un’indagine scientifica condotta da Giancarlo Bausano (Medicina Preventiva, ASL RM B Rom), la miscela più adoperata in Italia è costituita dalle specie Arabica (la cui varietà più nota è la Moka) e Robusta. Le due specie differiscono tra loro essenzialmente per il contenuto di grassi (superiore nella Arabica) e, soprattutto, per il contenuto di caffeina, che è il doppio nella varietà Robusta. Il caffè tostato contiene quindi, a seconda della miscela (Arabica o Robusta), da 1 a 2 grammi di caffeina per 100 grammi di sostanza.

 


Pertanto, una tazzina di caffè preparata con circa 6 grammi di polvere contiene, a seconda del metodo di preparazione (espresso o moka), da 60 a 120 mg di caffeina: contrariamente a quanto ritenuto da molti, il caffè preparato in casa contiene spesso dosi maggiori di caffeina rispetto all’espresso del bar, perché il tempo di preparazione più lungo fa sì che il contenuto di caffeina ed altri composti estratti durante il passaggio dell’acqua o del vapore acqueo attraverso la polvere divenga maggiore. Un vero caffè allungato si ottiene perciò solo con l’aggiunta di acqua al caffè già preparato.

 

Attenzione infine al caffè decaffeinato, che si produce grazie all’estrazione della caffeina per mezzo di solventi chimici (cloruro di metilene, tricloroetilene, ecc.) che vengono successivamente allontanati dai chicchi con opportuni trattamenti. Infatti, i residui di questi solventi potrebbero, secondo alcuni, provocare effetti collaterali non desiderati.
 
Antonio Fiasconaro

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