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Primo piano:batterio killer, tra cetrioli e germogli cresce il panico

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ortaggiIl batterio killer, una mutazione genetica dell’Escherichia coli – batterio presente nel tratto terminale dell’intestino di tutti i mammiferi a sangue caldo, uomo incluso,  utilizzato per tale ragione come indicatore di contaminazione fecale – in questi giorni continua a far parlare di se. Abita l’intestino e aiuta i processi digestivi umani, eppure possiede una doppia faccia, una medaglia che presenta anche un lato negativo: può provocare malattie sia all’uomo che agli animali.

Così appare chiaro solo che di mutazione genetica si tratti, ma nessuna fonte riesce ad oggi a confortare i consumatori, ad aiutare i produttori, a rasserenare ogni ambiente che satelliti tra le campagne, i banchi di ortofrutta e le corsie d’ospedale. Come si sia generato è oscuro, altrettanto pare la natura del suo sviluppo in ceppo batterico pericoloso. Certo è che già molti cetrioli sono stati sacrificati sull’altare del panico collettivo, ora tocca ai germogli di soia, domani di cosa sarà il turno? Davvero con le moderne tecnologie l’uomo riesce a calpestare il suolo lunare, ma non riesce ancora a comprendere dove fallisca il suo operato e come una mala azione degeneri con conseguenze catastrofiche per la salute?

Alcuni ceppi di E.coli (questo l’abbreviativo comunemente usato per identificare il batterio) sono portatori di malattie come meningite, polmonite, setticemie, altri sprigionano tossine in grado di indurre i soggetti esposti a dissenteria. Non bisogna essere biologi o patogeni, non è necessario nemmeno essere scienziati per comprendere che l’irrigazione di campi coltivati con acque contaminate da fecalizzazione è dannoso, grave per la salute pubblica di quanti poi si troveranno ad ingerire gli alimenti raccolti da quelle stesse terre.

Da più parti giungono rassicurazioni e indicazioni atte a prevenire il contagio: lavarsi le mani dopo l’utilizzo della toilette, lavare bene le verdure e laddove possibile cuocerle, non maneggiare carni crude o farlo con cautela e massima igiene sul piano di lavoro, non usare lo stesso tagliere per affettare più alimenti. Tutte prassi che sembrano appartenere all’ovvietà. Ma allora come si è contratto il batterio che ha causato ben 23 morti in Europa? È davvero possibile assistere nel ventunesimo secolo ad una tale mala organizzazione dei Governi in fatto di Sanità?

No, certamente non è corretto vedere andare in fumo i raccolti, i denari utili per tirare avanti, mettere in crisi i produttori locali e i lavoratori che operano nel settore, veder distruggere cibi possibilmente contaminati e forse invece “buoni”, quando il flusso delle informazioni sembra procedere a spizzichi e bocconi. Se una informazione non è confermata, così come tiene a precisare il Commissario europeo per la salute John Dalli, sulla possibile contaminazione provocata dai germogli di soia, allora si farebbe bene a non diffonderla, a non creare falsi allarmismi che hanno il solo scopo di mettere in ginocchio un’economia già parecchio vessata.

Ogni divieto sul consumo di prodotti ortofrutticoli è stato sciolto, l’epidemia si dice circoscritta, l’onda d’urto arginata. Eppure noi oggi davanti al banco dell’ortolano brancoliamo nel buio delle scelte: vivere come se nulla fosse pur mantenendo alta la cura per l’igiene e l’informazione sulla provenienza del cibo, o smettere di mangiare ciò che ci fa paura? E la marea torna, emozionale sul cibo, la stessa che ha prodotto mucche pazze e polli stralunati. Le imprese ortofrutticole nazionali sbandano, sembrano tracollare sotto il peso di quelle responsabilità che nessuno è pronto ad assumersi mentre 100 milioni di euro vanno in fumo come fossero carta straccia: questo l’impatto economico che il nostro Paese ha già accusato.

 

Tiziana Nicoletti

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