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Il Brenta scorre pacifico tra due fianchi erbosi che gli conferiscono un colore smeraldino a dir poco inusuale ed affascinante.

Il lungo fiume è punteggiato di dimore di cui diverse di straordinaria bellezza e valore artistico ed  è stato – e per alcuni ancora è – il luogo di villeggiatura par excellence scelto dai veneziani dei primi anni del secolo scorso. La località in cui mi fermo si chiama Mira: è un luogo idilliaco immerso in un’atmosfera novembrina carica di sentori autunnali che promettono un inverno rigido ma godibile. Il cielo non è particolarmente chiaro e l’odore di bruma e di viburni investe in modo dolce ma deciso. Il Nalin è un locale piuttosto grande: di fatto sembra, e probabilmente lo è, una grande casa dal tetto spiovente e balconi fioriti, adibita solo successivamente a ristorante. Ben presto capisco che si tratta di un locale storico: di quelli in cui il mangiar bene è una certezza assolutamente garantita, al di la del gusto personale. Il Nalin propone piatti della tradizione brentana a base di pesce in una mescola sapiente di tradizione popolare e ricette nobili eredità di quei signori veneziani di cui accennavamo prima: i proprietari di quelle fantastiche dimore che campeggiano austere ed alcune ormai abbandonate su entrambe le sponde del fiume. L’impressione positiva inizia da subito. Appena varcata la soglia del locale la sensazione è di tepore: non soltanto quello generato dai caloriferi, ma soprattutto quello umano. L’accoglienza veneziana mi ha lasciata abbastanza sorpresa, positivamente. Il tavolo sta accanto ad una vetrage che guarda sul giardino. Il locale non è colmo ma si intuisce che i clienti che sono già li, come pure quelli che arriveranno di li a breve, sono degli habituè. L’apparecchio è sobrio ed essenziale, nulla di sfarzoso, e così anche gli arredi. Il tovagliato è candido e perfettamente stirato. I bicchieri sono di un lucore assoluto, come pure le posate. La sensazione di ordine e pulizia è decisamente confortante.

schieIl Menu è ricco e variegato, ma sostanzialmente a base di pesce.
Non è facile ammannire a dei siciliani del buon pesce e lasciarli senza parole poiché di pesce, spesso eccellente, il siciliano si nutre praticamente dalla culla in poi. Ma qualcosa di imprescrutato si trova sempre: per me la novità assoluta è stata rappresentata dalla Granseola, dalle Moeche e dai “Canestrei”, con effetti abbastanza diversi sulle papille. La prima mi ha convinta, le seconde meno e le terze decisamente no.
La Granseola è un grosso crostaceo che mi è stato servito nel suo carapace, lesso e condito semplicemente con olio, sale, prezzemolo e limone. La sua polpa ricca ha ceduto ai rebbi sfilacciandosi e divenendo una deliziosa insalatina molto semplice. Era freschissimo. La Moeca non mi ha impressionata favorevolmente. Si tratta di un granchietto edibile in tutte le sue parti nell’epoca della muta: carapace e chele incluse. Il tutto è abbastanza croccante ma il retrogusto di rosmarino non mi ha convinta più di tanto. I Canestrei – o in italiano Canestrelli – sono dei molluschi simili alle capesante, ma di dimensioni inferiori e di gusto sostanzialmente diverso e meno delicato. moecheCi sono stati serviti al forno ma non hanno lusingato il mio palato per un afrore un po’ troppo intenso che, in qualche modo, mi ha ricordato la polpa del riccio. Il mio commensale mi dice che avrebbero avuto effetto migliore se fossero stati fritti. Occorre anche abituarsi a certi sapori per poterli apprezzare. Ma, anche in questo caso, il prodotto era assolutamente fresco. La varietà di antipasti è stata notevole: la frittura di calamaretti e gamberi era degna di nota. Nella media invece il polpo lesso servito intero. Ma ancora di più lo è stato un piatto semplice della tradizione veneta. Una manciata di piccolissimi gamberetti fritti, tipicamente veneziani e chiamati Schie, adagiati su un lettino di polenta bianca ed abbastanza gustosa. Squisite le capesante alla griglia: si scioglievano in bocca rilasciando un gusto delicato ma corposo.  Il mix di cozze e vongole avrebbe goduto di una punta d’aglio in più, ma è promosso a pieni voti ugualmente.
Il dolce è sempre il momento per me di maggior sollazzo: ho sempre gravi difficoltà a scegliere e preferirei di gran lunga assaggiare di tutto un po’. Ma ho scoperto che questa non è una buona abitudine perché il palato e le papille faticano ad “aggiustarsi” dal gusto forte e persistente della cioccolata a quello delicato ed evanescente delle creme chantilly, finendo con il penalizzare l’uno o l’altra. Pertanto ho optato per il tortino caldo di cioccolata servito con del gelato a fianco. Una sferzata al buonumore dato che la fondue di cioccolata era fondente e di ottimo livello.
Il pasto si è concluso con caffè corretto alla grappa.
In estrema sintesi Nalin è un posto in cui tornerei volentieri per almeno quattro buone ragioni: la qualità dei piatti, la loro semplicità che non consente di nascondere nulla e nessuna magagna, l’atmosfera ed il servizio.
Consiglio a chi si trovasse da quelle parti di prenotare per tempo: nei giorni festivi il posto è davvero pieno.

La Trattoria Nalin si trova in Via Novissimo, A.S.29, a Mira in provincia di Venezia.
Il telefono è il 041. 420083
Il sito web esiste ma è poco utile: www.trattorianalin.it
Il parcheggio è antistante, comodo e gratuito.
Il conto per due persone si aggira intorno ai 115 euro, incluso il vino, l’acqua minerale ed il caffè corretto.

Alessandra Verzera

Si scrive Rio San Martino di Scorzè, si legge “Festa del Radicchio Rosso”. Anche quest’anno il “prezioso” prodotto della natura trevigiano viene esposto nella “vetrina” delle manifestazioni a lui dedicate e che si protrarranno nel comune in provincia di Venezia fino al prossimo 20 novembre. Ma in esposizione c’è anche il radicchio variegato di Castelfranco Veneto. (A. Fi.)